Però non la sopporto la gente che non sogna.

Era marzo.

L’Islanda ci aveva accolti da un paio di giorni. Da Selfoss eravamo arrivati nei pressi di Vik nel pomeriggio, a bordo di un Suzuki Jimny con 230.000 km sul groppone.

Il promontorio di Dyrhòlaey era lì, poco distante, nelle sue colate di lava nera a picco sul mare, le spalle coperte a nord dal ghiacciao Myrdalsjokull, da qualche parte là dietro nella foschia densa, e le onde, bianche che pareva albume d’uovo sbattuto, nel tentativo tenace di arrampicarsi sulla spiaggia di basalto, scura come il petrolio, impossibile scorgerne la fine.

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Tutto questo l’avremmo visto il mattino dopo. Quel pomeriggio non si vedeva nulla, era prevista una tempesta, il vento turbinava levando nell’aria bolle grigie di acquolina opaca.

Avanzando chissà come, con il mero ausilio di un’approssimativa segnaletica orizzontale e soprattutto, lasciando che i contorni di una casa in lontananza ci mostrassero se non altro la giusta direzione, arrivammo a destinazione. Una guesthouse bianca, sommersa nella fuliggine di piombo che si stendeva sul promontorio intero, a qualche chilometro da Vik, la cittadina più vicina.

La proprietaria della guesthouse ci diede il benvenuto salvo dirci che non c’era modo di pagare con carte di credito. Soltanto cash. Che io ovviamente non avevo (un giorno farò la conta di tutti i disagi che questa peculiarità mi ha causato e allora forse la smetterò).

La casa di Hansel e Gretel me l’ero sempre immaginata così. Candida, una scalinata conduceva al piano di sopra, dov’era la nostra camera, e al piano terra c’era la cucina, con un bel tavolo nel mezzo e i divani accanto a una grande vetrata che dava sulla brughiera islandese. Il tepore appariva disegnato da mani capaci.

Ci sistemammo. Ciarlei stava poco bene, forse aveva un po’ di febbre. Freddo ne avevamo raccolto a palate. Non avevamo cibo, non avevamo contanti (e mi era stato detto che non potevamo pagare la mattina dopo, poiché non ci sarebbe stato nessuno), la benzina bastava sì e no per cinquanta chilometri. Insomma non avevo scelta, dovevo salire in macchina e andare a Vik. Ciarlei sarebbe rimasta sotto le coperte, a rimettersi in sesto.

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Mai prima né dopo in vita mia provai una sensazione come quella, cioè di timore, timore vero, nel mettermi alla guida. Le condizioni meteo erano davvero proibitive. E le previsioni di qualsiasi sito promettevano peggioramenti atroci nel giro di una mezzora.

Un paio di minuti dopo essere partito cominciò a nevicare, ma sembrava non importare granché, poiché la strada era totalmente sgombra. Non incontrai nemmeno una macchina. Non superai mai i trenta all’ora, ogni chilometro macinato mi dava speranza, ma non sapevo quanto distasse Vik, poiché il cellulare era scarico e non avevo navigatori di sorta. Indicazioni, non saprei dire se ce ne fossero.

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Però c’era Guccini, con me, non lui in persona, e nemmeno le sue canzoni, c’era Cirano, c’era Cirano e basta, in una versione live, in cui il pubblico grida di commozione quando vien fuori il verso perché Rossana è bella, siamo così diversi.

Il Jimny faticava a restare dritto; continue raffiche e cumuli di neve fradicia fioriti su lastre di ghiaccio ci si mettevano di traverso. Il telefono era spento, perciò se succedeva qualcosa ero fottuto; davvero ebbi paura, ma è altrettanto vero che in qualche modo non mi sentivo solo, ed ero convinto che non potesse succedermi alcunché, poiché in quel momento partecipavo alla straordinaria bellezza di Cirano, non ne ero un mero uditore, mi indignavo insieme a lui mentre invocava la gente vuota perché si facesse avanti, fraternizzavo con la solitudine formulata dall’addizione del suo naso al piede e la sua impossibilità di amare, sentivo mia la sua speranza di riscatto, perché dev’esserci in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto.

La strada, addirittura, saliva, adesso, spuntavano i tornanti e il paesaggio, quel che ne si indovinava almeno, anziché addolcirsi andava irruvidendosi, con rilievi bruni e inaspettati. Il vocione smorto di Guccini ricominciava ad annunciare al pubblico il Cirano, per la sesta o settima volta, non saprei dire.

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Finalmente comparvero delle luci, in lontananza. Era Vik, e io che me la immaginavo grande!, quando invece si componeva di un centinaio di case e una via principale. Il benzinaio, prima cosa. Scesi dal Jimny e per poco non caddi a terra; il vento si era fatto ingestibile e inoltre la neve, o la pioggia, o quel che era, aveva preso a fendere l’aria trasversalmente, così tenere gli occhi aperti risultava impresa ardua. Provai a fare rifornimento da solo, ma la pompa della benzina non arrivava al bocchettone, cioè, non avevo la forza necessaria per far sì che ci arrivasse. Ero continuamente sospinto all’indietro, e più smadonnavo più questa spaventosa entità islandese si accaniva.

Dopo poco desistetti ed entrai a chiedere soccorso al ragazzo che stava al bancone. Mi rivolse uno sguardo di stupore puro come il silenzio dei boschi quando cade la neve. Vidi la mia faccia in uno specchio: era viola; e gocciolava.

Ne uscii vincente, infine: serbatoio zeppo di benzina, soldi prelevati allo sportello, pastaccia carote e funghi comperati in un negozietto.

Ora però mi attendeva il ritorno. E si era fatto buio, tra gli altri dettagli. Dovevo per forza tornare a quella bianca casetta di legno, Ciarlei mi aspettava, e non era in forma.

Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo.

Cirano non era cambiato di una virgola, solo il volume della voce si era fatto più stentoreo, per evitare che mi focalizzassi sul niente che mi avvolgeva mentre avanzavo nel turbine di neve, coi tergicristalli del Jimny che arrancavano, col fiatone.

A un tratto mi sentii a casa. Una sensazione di benessere mi invase, con impacchettato il suggerimento che mi trovassi nel posto giusto, e che tutto ciò che stava lì intorno, in qualche maniera, mi appartenesse.

Non ridere ti prego, di queste mie parole… io sono solo un’ombra, e tu Rossana il sole! – poi con voce commossa diceva dolcissima signora, e il pubblico andava in visibilio, in trepidante attesa dei versi finali, che sancivano finalmente l’affrancamento di Cirano dalla schiavitù dell’inadeguatezza.

Molto più in fretta di quanto mi aspettassi riconobbi la deviazione verso casa. Non vedevo l’ora di parcheggiare il Jimny e piantare gli scarponi nella neve ghiacciata, con le borse della spesa in mano, a godermi quel che restava del giorno, il sole d’altronde c’era ancora, da qualche parte nel mondo.

Per sempre tuo Cirano.

Mi levai le scarpe e salii le scale, Ciarlei dormiva al caldo sotto le coperte, io sognando come un cadetto di Guascogna guardai fuori dalla finestra.

2 pensieri su “Però non la sopporto la gente che non sogna.

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