La Giordania era stata una conquista. Eravamo atterrati al Queen Alia International Aiport di Amman partendo dall’Egitto, il giorno stesso in cui il re Abdullah al-Husayn aveva dichiarato guerra all’Isis, in seguito alla vicenda del pilota giordano arso vivo.
Una miriade di voli da tutto il mondo con destinazione Giordania erano stati cancellati, e così, quella terra arida, screziata d’arancio, scavata dai Wadi e incisa da città romane, era tutta per noi.
All’aeroporto prendemmo a noleggio una macchina mezza scassata, con i finestrini manuali e l’autoradio che non leggeva i cd-rom – non vi dico le bestemmie quando realizzai che il cd che avevamo preparato con tanta cura sarebbe tutt’al più stato utile per una mano di frisbee. Il solo accompagnamento possibile era la radio giordana, che ci allietava con canzoni dai ritmi arabeggianti, sempre uguali, attraverso un impianto gracchiante, avvolto nella sabbia di mille deserti.
L’indomani mattina, da Madaba partimmo alla volta del nord, con l’obiettivo di visitare Jerash, ribattezzata la Pompei dell’Est, e poi Umm Qais, sito archeologico dove un tempo sorgeva Gadara, una città romana di cui oggi non restano che rovine, per via di un terremoto devastante.

Arrivarci fu emozionante: com’è sempre arrivare in una zona di confine. Questa, però, era particolarmente affascinante. Una decina di chilometri più a est si entrava in Siria, mentre a ovest si vedeva distendersi il mare di Galilea, altrimenti detto lago di Tiberiade, in territorio israeliano, lungo le cui sponde sorgono decine di kibbutz.
Ancora oggi, migliaia di palestinesi vengono qui per gettare uno sguardo malinconico sulla valle, la terra da cui furono espulsi nel 1948.

Camminando tra i colonnati semidistrutti di Gadara superammo un ex-villaggio ottomano di basalto nero e bianchissima pietra calcarea, finché arrivammo in un punto in cui la vista sulle alture del Golan, occupate dalle truppe israeliane dal 1967, si faceva nitida. Là sotto scorreva lo Yarmuk, convenzionale linea di confine.

“Che bello!” – esclamò Ciarlei.
“Visto? Là dieci giorni fa alcuni ribelli siriani hanno preso in ostaggio quarantatrè soldati delle nazioni unite.”
Ciarlei mi guardò perplessa, ma tanto ormai eravamo lì, tanto valeva pranzare. Pranzammo soli, in un bar, mangiando hummus e bevendo tè.

Poi tornammo alla macchina, era ora di affrontare la discesa nella gola dello Yarmuk, sorvegliati a distanza – bonariamente, certo – dagli eserciti di tre diversi stati.
Ma la macchina non si accendeva. Girai più volte la chiave, schiacciai l’acceleratore, il motore rombava, ci provava, e poi moriva. Il caldo d’improvviso divenne devastante. Uscii dalla macchina, mi guardai intorno, l’aria bollente fasciava le casupole dei villaggi, gruppetti di cani cercavano di valorizzare bottiglie di plastica sezionandole con denti famelici, ma gli esseri umani dov’erano?
Come luogo per restare appiedati non c’era male. Ciarlei s’era già messa l’anima in pace, ma ritentai un’ultima volta – la quarantesima, indicativamente – e la macchina si accese, ma si accese sul serio. Furibondo mi avventai contro l’acceleratore e non lo mollai più, Ciarlei salì e le dissi che ci conveniva fare una tirata unica fino a Madaba, per non rischiare che non ripartisse più.
Pochi minuti e incontrammo un check-point, mitra spianati e berretti storti. Ciarlei temeva il peggio mentre un giovine annoiato ci controllava i passaporti.
“Italia!” – proruppe di colpo; poi cominciò a ridere insieme ai due soci, che sedevano su sedie in legno con le gambe all’aria, fumando. Noi sorridemmo di gusto: il passaporto italiano è il passepartout internazionale, il grimaldello in grado di schiantare ogni barriera.
Ci riconsegnò i passaporti, sempre col mitra bellamente all’altezza dei nostri occhi, imbracciato con maestria, fece un saluto e sorrise guardandoci mentre ci allontanavamo.

Diretti a sud, mi ricordai che prima di tornare a Madaba avevamo in progetto un’altra tappa, e cioè un antico palazzo di cui non ricordo il nome, nascosto nella campagna.
Decidemmo di rischiare. Era troppo bello per saltarlo. Se ci diceva male, la macchina non sarebbe più ripartita e amen.
Mappe e navigatori però non ci erano di aiuto, ecco perché iniziai a chiedere, chiedere a chiunque incontravamo, ragazzini, donne, anziani, i quali puntualmente non capivano cosa dicevo, e quando, dopo ripetuti tentativi, parevano afferrare cosa intendessi, mi indicavano chi una direzione chi un’altra.

Il pomeriggio andava esaurendosi sotto i dardi dell’ultimo sole, l’unica certezza era la musica popolare giordana.
Finimmo in una stradina dissestata che conduceva a una radura senza alberi. La polvere sembrava essere l’unica attrazione. Lasciando la macchina accesa, scesi e fermai due ragazzi che passavano di lì in sella a una moto. A quanto capii, il palazzo distava altre due ore, avevo ciccato in pieno.
Ridendo si congedarono, indicandomi la strada per Madaba. Chissà quant’era bello, quel palazzo.
Sulla strada del ritorno abbassammo il volume dell’autoradio: fuori esplodeva un crepuscolo bello da impazzire.









