Stavolta niente foto. O meglio, soltanto una. Come una volta, su quel blog di msn, quando le parole contavano ancora qualcosa. I contenuti, più che le parole. Si accendeva quella specie di stellina gialla accanto al proprio avatar, e voleva dire che un nuovo pezzo era stato pubblicato sul blog. Era divertente, coinvolgente, emozionante a tratti. Era per pochi intimi. Per amici. Si parlava un linguaggio comune. World is yours, il mondo era mio.
Quanto cazzo mi manca.
Sto scrivendo sul treno. Notturno da Delhi a Jaisalmer, 19 ore di viaggio. Ho una scimmietta con sembianze di bimbo che si arrampica tra un letto e l’altro, lanciandosi tra le scalette, a piedi scalzi, poggiati sui nostri bagagli per far leva e spiccare il volo.
C’è una puzza di piedi infernale. Tutti mi chiedono dell’occhio: “perché hai la benda?”, “Che è successo?”. Sembrano sinceramente preoccupati, come se il mio occhio malandato fosse una faccenda gravissima.
È da mercoledì che mi brucia l’occhio: non riesco a tenerlo aperto. Mi dico: passerà. Finché venerdì, cioè due giorni prima di partire per l’India, mi decido e vado all’oftalmico, l’eccellenza di Torino. Pronto soccorso! In dieci secondi mi liquidano dicendomi “è un’infiammazione, ora le do le medicine e le passa”. “Scusi, ma io…” “Sì sì, prego, si accomodi in sala, le prescrivo tutto”. Collirio con cortisone, diagnosi: congiuntivite.
Metto il collirio tutto il giorno, l’occhio anziché migliorare peggiora, inizio a figurarmi il viaggio in India come fallimento epocale.
Sabato mattina mi alzo, a malapena riesco a muovere la pupilla. Vado al Maria Vittoria, pronto soccorso, c’è una coda pazzesca, aspetto venti minuti, impreco, me ne vado, torno all’oftalmico, lo so, devo essere scemo; sono in sala d’attesa quando mi telefonano: è una clinica privata che avevo contattato il giorno prima, si è liberato un posto, però devo sbrigarmi, e raggiungere in mezzora Piazza Carducci.
Pago 80 euro.
La dottoressa, visitandomi, dice: “Lei ha la cornea abrasa, magari si è infilato il dito nell’occhio per sbaglio… prenda questo, bendi l’occhio, tre giorni e passa. Vada poi a farsi controllare, per vedere se è guarito.” “Sarò in India.” “Ah. Beh, si faccia controllare in India.”
Sabato prendo le nuove medicine prescritte, e non cambia un cazzo.
“Dovrò farmi visitare in India…” erano parole che mi mulinavano nel cervello. Mi immaginavo con l’occhio putrefatto e le mosche in saree e piercing all’ala a danzarci sopra.
A un tratto mi decido: contatto un ospedale di New Delhi presso cui, spero o forse no, farmi visitare. Si chiama Max Super Specialist Megagalattic qualcosa: un nome presuntuoso. Chatto (!!!!!) con un bomber indiano che mi scrive di continuo “Yes, sir!” e “Are you there, sir??” e più semplicemente “Sir???”. Mi fissa un appuntamento per martedì mattina. Mi arriva la conferma tramite email, pago con paypal (!!!!) il ticket di 7 euro (!!!!!) e così pare che un esperto di oftalmologia mi visiterà. (sarà sporchissimo, mi chiederanno un sacco di soldi in più, perderò la giornata intera, sono i miei scontati pensieri occidentali).
Dormo malissimo: tutta la notte penso che sarebbe meglio non partire. Sento che me ne pentirò.
Domenica mattina, aeroporto di Caselle. Ore 05:30. Sullo schermo delle partenze il nostro volo non c’è. Traumi. Andiamo al desk.
“Sì, effettivamente il vostro aereo non c’è.” “Che significa?” “Blue Air ha soppresso la linea Torino-Roma.” “E perché nessuno ci ha avvisati?” “Beh sì, è la prima volta che ci capita… Comunque tranquilli, vi hanno spostati su un volo Alitalia delle 12:15.” “Cioè tra sei ore. Ottimo.” Insulti. Traumi.
Chiamo mia madre, torna a prenderci, ci porta a casa sua, ci mettiamo a dormire. Poi finalmente voliamo.
Arriviamo a Fiumicino. Dopo mille ritardi, e decine di persone sballottate a destra e a manca, il tutto dovuto all’ormai famigerata “vicenda Blueair”, ci imbarchiamo.
Il mio occhio è sempre peggio. La luce del sole sembra entrarmi nell’iride, tagliuzzarla con perizia e poi darle fuoco. Oltre alla benda, mi sistemo sull’occhio la mascherina per dormire. Nonché un bel paio di occhiali da sole giallo fosforescente.
Al controllo passaporti i bomber indiani mi squadrano incuriositi, ma alla mia domanda se devo togliere la benda rispondono atterriti: NO NO NO! Probabilmente immaginano che la mia pupilla ciondoli al di fuori della orbita appesa a liane di muco.
Bene, preleviamo denaro contante? NOT AUTHORISED. INVALID REQUEST. TRY AGAIN. THIS MACHINE CAN NOT DISPENSE MONEY.
Proviamo una decina di sportelli diversi, invano; dopodiché per puro caso riusciamo a salire a bordo di un risciò per visitare Delhi. I soldi li anticipa una coppia di ragazzi italiani conosciuti in hotel. Visitiamo il mausoleo di Humayun, ispiratore del Taj Mahal, e poi ci lanciamo a Old Delhi, dove ci ritroviamo a mangiare chapati fatto sul posto in un forno di pietra, con alcune scimmie che fluttuano sopra le nostre teste appese ai fili della corrente, in attesa di un tocco di cibo. E io con benda, occhiali e mascherina, entrambi gli occhi serrati, sole io ti odio.
La mia cara banca intanto mi ha mandato degli avvisi, dicono che c’è qualcosa di anomalo. Provo a chiamare, gli scrivo, mi faccio aiutare da mio padre e da alcuni amici che sono in Italia. Tutto inutile: provato una trentina di sportelli diversi, non riesco a prelevare.
Intanto mi medico l’occhio e mi faccio una doccia, ponendo la massima attenzione affinché quell’acqua putrida, iperbatterica, non venga a contatto con la mia cornea malconcia; Ciarlei è svenuta sul letto, immota, le braccia diritte lungo il corpo, dice che sta per morire, un tumore alle ossa forse.
Chiamo mio padre e gli dico: “e se usassimo Western Union??” Mi dice che si informa e mi fa sapere.
Ceniamo con i due amici marchigiani conosciuti in hotel. Io parlo a occhi chiusi, mio padre mi conferma di avere effettuato il trasferimento di denaro tramite Western Union e il cameriere ci porta una decina di pietanze che ulcerano lo stomaco. Ancora adesso mi brucia il culo, a pensarci.
Bimbi nudi pisciano e cacano per strada, clacson onnipresenti assordano la città senza un fine preciso, saree floreali vengono lambiti dai risciò e pettinati dai gas di scarico di motori diesel. Mutilati saltellano su una gamba sola, le mani spezzate con le dita irrigidite implorano qualche rupia, umani e animali rischiano ogni dieci metri di finire infilati dalle lamiere.
Martedì, giorno cruciale. Western Union dovrebbe aprire alle 9 del mattino, così è scritto sul sito. Ci servono i cash. Ovviamente alle 9 è chiuso. “What time it will be open?” chiedo. “Around ten.” “Why?” “At ten thirty, sir.” Bestemmio. “Actually open at eleven, sir. Always open at eleven.” Bestemmio forte perché dobbiamo pagare il risciò ma non abbiamo soldi. Ciarlei mantiene la calma e mi consiglia di tentare di nuovo il prelievo: questa volta vivaddio funziona. La ruota inizia a girare. L’autista di risciò intanto sembra essere svanito, al suo posto ce n’è un altro simile a lui che ci chiede i soldi; lo mettiamo alla prova chiedendogli qual è il nostro hotel, il bomber è perplesso: i disagi ci hanno portati alla paranoia. Ti prego scusaci.
Voliamo alla clinica. Sono sfiduciato, inutile negarlo. So che sto andando a perdere tempo, che se non c’è stato un miglioramento in questi giorni vuol dire che la cosa è più seria del previsto, e si tratta dell’occhio, non posso rischiare di comprometterlo per uno stupido viaggio in India. Alla fine dovremo cercare un volo e tornare mestamente a casa.
La clinica si presenta ordinata e pulita. Passo subito all’accettazione con la stampa della ricevuta. Mi siedo e aspetto. Una vecchierella con occhiali da sole mi guarda, ride e mi domanda che mi è successo, ovviamente in hindi. Rispondo “problem” e si scassa dalle risate. A un signore devono appena avere dato una brutta notizia: piange a singhiozzi. Magari un parente non ce l’ha fatta.
“Mister Elia.” “Here I am!”
Mi visitano due dottoresse. A un certo punto la seconda, la divinità Isha Garg, mi fa: “You have a little hair in your eye. That’s why you are not healing.”
Incredibile. Dovrei inferocirmi contro i medici italiani che non sono stati in grado di trovare un fottuto pelo, e invece esclamo: “Really?! I’m so happy for that! You can’t imagine, really. I’m so thankful!”
La dottoressa mi usa la cortesia di farcirmi l’occhio con pennellate arancioni prima di estrarmi con le pinze il maledetto pelo, colui che abradeva la cornea nascondendosi come un partigiano nei boschi.
Dalla gioia vorrei piangere. Non mi ero mai sentito così prima d’ora.
Torniamo alla Western Union, prendiamo i soldi, bazar, pranzo, clacson, bordello, felicità.
Abbiamo il treno notturno per Jaisalmer. Ci viene detto che in trenta, quarantacinque minuti massimo siamo alla stazione di Old Delhi.
Col cazzo. Dopo un’ora e mezza siamo bloccati nel traffico, fermi, immobili, con gente che a momenti ci passa sul tettuccio della macchina. Il treno dovrebbe partire tra cinque minuti. Il tassista ci scarica. Due zaini enormi addosso, corriamo come bufali, facendo a spallate con le migliaia di persone che affollano la stazione, e calpestando, nel vero senso della parola, centinaia di persone sdraiate a terra, che dormono, credo, o si annoiano, o fanno cose, andando a creare quella sorta di multicolore tappeto vivente che sono le stazioni dei treni in India. Buttiamo gli zaini sul nastro trasportatore, uno dei tanti controlli farsa, li riprendiamo facendoli strisciare tra svariati costati; tutti corrono a perdifiato. Il binario, il binario, qual è? Non c’è manco tempo di guardare i tabelloni, sta partendo adesso. Il binario, il binario. “Platform 9” “Platform 9” “Platform 9” ce lo confermano in tre.
Eccolo, eccolo, laggiù, è quello! Scendiamo le scale in un tuffo acrobatico, arriviamo al binario 9 e cazzo, il treno si sta muovendo. Sta partendo! Ciarlei mi guarda e vede materializzarsi sul mio volto un riavvolgersi dei traumi passati.
“L’abbiamo perso…” sussurro, blandito dalla tristezza, chinando il capo.
Allora Ciarlei impazzisce. Corre appresso ad alcuni passeggeri individuabili tra la massa di corpi, con le teste che sporgono dai finestrini del treno, e chiede loro “Jaisalmer? Jaisalmer?” Quelli scrollano il capo, in indianissimo segno di assenso. (peccato che il loro ciondolare la testa, abbiamo scoperto in seguito, vuol dire in realtà una miriade di cose: dal “va tutto bene” al “fai un po’ cosa vuoi” al “vengo in pace” al “non c’è fretta” al “buono questo curry” al “il bagno non c’è ma se ti scappa la pipì vai pure” al qualunquealtracosa un po’ come in Donnie Brasco il chettelodicoafare.)
“Allora prenderò l’autobus al volo!”
“No Ugo! L’autobus al volo no! Non l’hai mai fatto, non hai il fisico adatto…”
“Non l’ho mai fatto… ma l’ho sempre sognato.”
Il ragioniere ci guida alla follia.
“Saltiamo!” esclama Ciarlei.
Ci mettiamo a correre senza esitazione, raggiungiamo un’entrata (sui treni indiani le porte rimangono aperte anche a treno in movimento), misuriamo le distanze, salta prima Ciarlei, con un balzo da leone; la seguo a ruota, rimango incastrato con gli zaini, Ciarlei mi tira su. Nel frattempo, come di consueto, decine di occhi indiani ci hanno accerchiati, incuriositi.
“Jaisalmer?” chiedo nuovamente. Alcuni fanno sì, altri chi lo sa, poi un tizio sulla banchina dice “No! No!” e indica il binario opposto, il numero 10. Lo vediamo sfumare man mano che avanziamo, ma ha la faccia di uno di cui ci si può fidare.
Il treno intanto ha preso velocità, si sente il clangore delle rotaie, dobbiamo decidere in un nanosecondo.
“Saltiamo!”
Gli zaini, ingombrantissimi, mi bloccano, ma riesco in qualche modo a saltare giù, spinto dall’adrenalina. Fletto le ginocchia appena toccato terra, e riesco a non cadere riverso. Mi giro immediatamente, Ciarlei sta provando a saltare ma c’è un signore che la trattiene dallo zaino, esortandola a non farlo, ché è molto pericoloso. Ciarlei tuttavia è una furia, si libera dalla morsa e salta; atterra all’indietro, come un gambero, esibendosi in una specie di piroetta. Resta in piedi non so come.
“Così avevo più equilibrio.” si giustifica, e mentre torna in sé dà del pazzo al signore che la tratteneva per lo zaino. Certo, il pazzo è lui.
Siamo salvi. Inutile dirlo, ci guardano tutti, basiti. Non si vede tutti i giorni d’altro canto saltare dal treno un tizio pallido, con due zaini indosso, senza capelli, con l’occhio agghindato di benda bianca, mascherina verdeacqua per la notte e un paio di occhiali giallo fosforescente.
Jaisalmer binario 10. Elia e Capobianco, posti 23 e 24.
Ora posso mangiarmi una banana.
