Ѐ il 19 ottobre, stasera in India si festeggia il Diwali, la festa delle luci, la festa più sentita del subcontinente, insieme a Holi.
Siamo a Rishikesh, la patria dello yoga, in un hotel in cui possiamo restare la notte gratis, dietro gentile concessione del proprietario. Eppure fin dal primo impatto ‘sto tizio non ci è piaciuto: scostante, scazzato, pieno di sé.
Lo spettacolo di questa sera a Rishikesh sarà affascinante: le candele immerse nel burro fuso e accoccolate su un letto di fiori fluttueranno sul Gange e illumineranno i Ghat.

Eppure la voglia di festeggiare il Diwali insieme a una famiglia indiana è forte. A Roorkee, un villaggio distante due ore di autobus, c’è Rohit, un ragazzo che ci ospiterebbe a casa dei suoi genitori. Siamo distrutti, è da giorni che ci spostiamo senza sosta, bus, treni notturni, risciò. Una volta però ho letto da qualche parte che ad ascoltare l’istinto non ci si sbaglia mai: è un po’ come dare la caccia alla verità, la verità è una cosa talmente straordinaria che anche quando alla fine risulta sgradevole, ci si sente appagati lo stesso.
Pigliamo i bagagli e usciamo dall’hotel di Rishikesh, non siamo arrivati da nemmeno due ore. In reception incontriamo lo sguardo sconcertato della moglie del proprietario, alla quale recapitiamo un paio di scuse improbabili, balbettanti.
Saltiamo su un autobus sgarrupato, senza aria condizionata, nell’immoto, fosco, torrido pomeriggio indiano.
Roorkee.
Rohit viene a raccoglierci in un ristorante, in sella alla sua moto rude. Ci fa salire su un risciò e ci guida a casa sua, in una viuzza stretta. Diverse persone, con i propri familiari sulle soglie d’ingresso di una schiera di case basse, appena ci vedono ci augurano Happy Diwali.
Facciamo la conoscenza della madre di Rohit, del padre, del fratello e della cognata. Il membro della famiglia inaspettato è un cucciolo di carlino vivacissimo, di nome Railly, che ci salta addosso.

“Fabio, tu vieni con me. Nora resta qui con la mia famiglia, ok?”
Nora sarebbe Ciarlei, la quale rimane un po’ perplessa; ma alla fine, suo malgrado, accetta. Io e Rohit usciamo.
Salto sulla moto, senza casco ma col cappellino, e partiamo: dobbiamo andare a fare compere, bisogna prendere i regali da dare agli amici, poi un po’ di frutta, alcuni fiori utili per la puja – la preghiera – e dolciumi, un sacco di dolciumi. Tutti i negozi sono aperti, i festeggiamenti sono imminenti ed è pieno di gente impegnata a cercare il regalo dell’ultima ora. Guizziamo con la moto in pertugi invisibili, nascosti all’occhio umano nel caos infernale.
Torniamo a casa. Ciarlei nel frattempo ha raccontato al fratello di Rohit le nostre disavventure statunitensi-messicane, mentre Railly non ha smesso un attimo di mordicchiarla.
Pochi minuti e usciamo di nuovo, è il momento della consegna regali – a Ciarlei tocca ancora restare a casa, stavolta ad aiutare nei preparativi per la festa.
Le porte delle case sono aperte, chiunque può entrare senza bussare: non mi ci abituerò mai. Facciamo visita a tre diverse famiglie: in ciascuna casa ci fanno sedere al tavolo e ci rimpinzano di mandorle, anacardi e uva secca, accompagnati da tazze di chai, il famoso tè indiano. Gli anziani, immancabili, mi guardano perplessi, e fanno mille domande a Rohit. Alcuni bambini vengono a darmi un saluto in inglese. Tra queste mura si respira un’aria serena, appena precedente la gioia della festa: un momento in cui ogni cosa sembra andare per il verso giusto, si sorride, si gioca, ci si guarda con aria leggera.
Ritorniamo a casa. Rohit indossa il Kurta Pajama, l’abito indiano per le grandi occasioni. Poi ci invita a salire in terrazza, dove dobbiamo sistemare le candele sui muretti, in modo da partecipare attivamente all’illuminazione del villaggio, che visto da quassù sembra Disneyland.

Ѐ un attimo che siamo di nuovo sotto, invitati ad assistere alla preghiera. Si siedono in terra, con una sorta di fazzoletto appoggiato sulla testa, in una cameretta angusta. Il piccolo altare è approntato, con un vaso colmo di riso, dei fiori, dei dolci a base di cocco e le immagini di Lakshmi, dea dell’abbondanza e consorte di Viṣṇu, e di Ganesha, il dio del buon auspicio con la testa d’elefante. Viene accesa la diya, ovvero la candela, e ha inizio la preghiera.

Al cucciolo di carlino tutto ciò non interessa: continua a morderci e a saltare.
Finché arriva il momento di lasciare i familiari, ci spostiamo a casa degli amici per mangiare, dando così inizio ai festeggiamenti più accesi – i veri, pazzi festeggiamenti che ogni giovane indiano aspetta tutto l’anno. Sono tutti gentili e incuriositi dalla nostra presenza, ci offrono datteri, dolci strampalati, frutta secca. Il più simpatico è un tizio coi capelli lunghi che mangia sempre pollo e si allena tutti i giorni in palestra; sorride in continuazione e annuisce, pare che la vita gli arrida parecchio: mi ricorda Braccio di Ferro; un altro degno di menzione è un tipo sbronzo marcio, coi capelli radi, la fronte spaziosa e le spalle appuntite: biascica come non ho mai sentito fare, capisco una parola sì e venti no, ma in fondo ci intendiamo a meraviglia: mi ricorda Woody Allen; poi ci sono le mogli e i figli, qualche genitore e un paio di anziani signori che credo siano parenti.
“Ma la cena dov’è?”, mi chiedo. Muoio di fame, e io che ero convinto di trovare una tavolata imperlata di pietanze fumanti e colorate.
Ma non passa molto tempo. “Adesso andiamo fuori a divertirci. Comincia il Diwali!” esclama Rohit dandomi un’occhiata complice, come se pregustasse lo sgomento che ci coglierà fra un attimo, quando ci ritroveremo ingabbiati tra esplosioni da sbarco in Normandia.
Usciamo in strada e ci sentiamo catapultati in un cartone animato, una dimensione parallela in cui carnevale, natale, halloween e capodanno si festeggino tutti insieme. Dai balconi partono razzi brillanti, sui balconi finiscono fischioni che anziché levarsi verso l’alto, viaggiano orizzontalmente. Di tanto in tanto io e Ciarlei ci vediamo costretti a tapparci i timpani, gli schianti sono mostruosi.
Rohit sghignazza inorgoglito.
Ci fermiamo in una viuzza stretta. I botti vengono lanciati contro i muri, sull’asfalto, per aria; ogni tanto una motocicletta spunta dal fondo dell’isolato e attraversa la via facendo zig-zag tra gli scoppi.

“E se qualcosa scoppia mentre il motorino ci passa sopra?” chiedo.
“Tranquillo, non succede.”
Bambini di qualsiasi età saltellano in mezzo ai petardi, inghiottiti da colonne di fumo che li fanno apparire come alieni appena scesi da una navicella spaziale, in cerca di comprensione umana.

A un certo punto un fischione, l’ennesimo, parte in orizzontale; va a schiantarsi su una parete e finisce sulla testa di una vecchierella che sta passeggiando tranquillamente, con le ciabatte ai piedi. Sulla testa della vecchia sembrano essere state installate un paio di luci stroboscopiche da discoteca; i residui del petardo le fioccano sul corpo, come lucciole intermittenti. Un paio di persone accorrono per ripulirle i capelli e le spalle; lei accenna qualcosa, fa un gesto lieve con la mano, appena sfiorata dall’evento, e poi prosegue per la sua strada.
Il concerto delirante dura più di un’ora; siamo tutti in attesa del gran finale, quello che Rohit ci ha promesso essere una cosa mai vista. Si tratta di una specie di scatolone gigante al cui interno stanno un migliaio di mortaretti tutti affastellati insieme. Basta accenderne uno e comincia il pandemonio.

Veniamo fatti allontanare mentre gli artificieri si preparano. Braccio di Ferro appiccia la miccia. Scoppiando, dovrebbero partire verso l’alto; e invece no. Ci sentiamo in un videogioco, accerchiati da venti nemici che ti sparano da ogni angolazione: alcuni fuochi d’artificio vengono sparati rasoterra, altri compiono parabole brevi per schiantarsi contro alberi e finestre, la gente si mette a correre.
“Questo non ce lo aspettavamo, questo proprio non ce lo aspettavamo!” ci urla un signore mentre corre con un bambino in braccio. Al che corriamo anche noi: morire a pancia vuota sarebbe alquanto triste.
Evidentemente il gran finale ha fatto cilecca.
“Fabio, questo era ancora niente. Il gran finale è un altro.” mi sussurra Rohit all’orecchio.
Neanche faccio in tempo ad afferrare le sue parole, che un gruppetto di ragazzi spunta da un portone, portano in braccio una sorta di enorme serpentone rosso arrotolato su se stesso. Poi, lo poggiano a terra e pian piano lo srotolano, lungo la via intera, esortando i presenti a scansarsi e a lasciare libero lo spazio. Come una mitragliata senza sosta, come fumarsi due pacchetti di Marlboro in quindici minuti. Sembra una ghost town del vecchio west.

Rientrati in casa, scopro con piacevole sorpresa cha la cena era soltanto rimandata: mentre ci si congratula a vicenda per essere sopravvissuti a un altro Diwali, ci vengono offerti riso e dahl, la magnifica zuppa di lenticchie indiana.
Poi veniamo invitati di sopra, in una specie di mansarda adibita a “stanza dello svago”. Lì i nostri amici sono soliti riunirsi per bere whisky, guardare film in tv e fumare. Nei villaggi, il costume indiano non vede di buon occhio locali notturni dove bere e ballare fino a notte fonda. La mansarda di Braccio di Ferro è la loro risposta.

Beviamo, mangiamo, fumiamo.
Finché viene il momento in cui uomini e donne si separano. Ciarlei resta sul divano a chiacchierare con le mogli: le chiedono se la tratto bene, mostrandole una sincera apprensione, se abbiamo figli, perché non ne abbiamo, com’è una tradizionale famiglia italiana, eccetera; suggellando ogni botta e risposta con un selfie sempre diverso.
Io sono stato condotto sulla terrazza; mi invitano a sparare per aria un colpo di pistola, una pistola vera, poi fumiamo e s’informano sul mio lavoro. Woody Allen, sempre più sbilenco nel gesticolare e più raffazzonato nell’articolare parole, mi offre un posto lì a Roorkee, presso la sua ditta di riparazioni: scopro che i suoi amici sono tutti suoi dipendenti. Lo sapevo, che era un bomber.
Quando ormai manca poco all’alba, ci riaccompagnano a casa di Rohit: è stata una festa magnifica, ci dicono, ci ringraziano, ci regalano una confezione di dolci e ci abbracciano forte. Allora la diciamo, diciamo quella frase immancabile: “A casa nostra, sarete sempre i benvenuti.”
Polvere e cartoni sdruciti per le strade, un cielo violaceo, un odore acre, un silenzio assurdo.













































