L’India si farà in mille pezzi; i buoni rideranno, e i cattivi piangeranno.

Ѐ il 19 ottobre, stasera in India si festeggia il Diwali, la festa delle luci, la festa più sentita del subcontinente, insieme a Holi.

Siamo a Rishikesh, la patria dello yoga, in un hotel in cui possiamo restare la notte gratis, dietro gentile concessione del proprietario. Eppure fin dal primo impatto ‘sto tizio non ci è piaciuto: scostante, scazzato, pieno di sé.

Lo spettacolo di questa sera a Rishikesh sarà affascinante: le candele immerse nel burro fuso e accoccolate su un letto di fiori fluttueranno sul Gange e illumineranno i Ghat.

ciuchis

Eppure la voglia di festeggiare il Diwali insieme a una famiglia indiana è forte. A Roorkee, un villaggio distante due ore di autobus, c’è Rohit, un ragazzo che ci ospiterebbe a casa dei suoi genitori. Siamo distrutti, è da giorni che ci spostiamo senza sosta, bus, treni notturni, risciò. Una volta però ho letto da qualche parte che ad ascoltare l’istinto non ci si sbaglia mai: è un po’ come dare la caccia alla verità, la verità è una cosa talmente straordinaria che anche quando alla fine risulta sgradevole, ci si sente appagati lo stesso.

Pigliamo i bagagli e usciamo dall’hotel di Rishikesh, non siamo arrivati da nemmeno due ore. In reception incontriamo lo sguardo sconcertato della moglie del proprietario, alla quale recapitiamo un paio di scuse improbabili, balbettanti.

Saltiamo su un autobus sgarrupato, senza aria condizionata, nell’immoto, fosco, torrido pomeriggio indiano.

Roorkee.

Rohit viene a raccoglierci in un ristorante, in sella alla sua moto rude. Ci fa salire su un risciò e ci guida a casa sua, in una viuzza stretta. Diverse persone, con i propri familiari sulle soglie d’ingresso di una schiera di case basse, appena ci vedono ci augurano Happy Diwali.

Facciamo la conoscenza della madre di Rohit, del padre, del fratello e della cognata. Il membro della famiglia inaspettato è un cucciolo di carlino vivacissimo, di nome Railly, che ci salta addosso.

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“Fabio, tu vieni con me. Nora resta qui con la mia famiglia, ok?”

Nora sarebbe Ciarlei, la quale rimane un po’ perplessa; ma alla fine, suo malgrado, accetta. Io e Rohit usciamo.

Salto sulla moto, senza casco ma col cappellino, e partiamo: dobbiamo andare a fare compere, bisogna prendere i regali da dare agli amici, poi un po’ di frutta, alcuni fiori utili per la puja – la preghiera – e dolciumi, un sacco di dolciumi. Tutti i negozi sono aperti, i festeggiamenti sono imminenti ed è pieno di gente impegnata a cercare il regalo dell’ultima ora. Guizziamo con la moto in pertugi invisibili, nascosti all’occhio umano nel caos infernale.

Torniamo a casa. Ciarlei nel frattempo ha raccontato al fratello di Rohit le nostre disavventure statunitensi-messicane, mentre Railly non ha smesso un attimo di mordicchiarla.

Pochi minuti e usciamo di nuovo, è il momento della consegna regali – a Ciarlei tocca ancora restare a casa, stavolta ad aiutare nei preparativi per la festa.

Le porte delle case sono aperte, chiunque può entrare senza bussare: non mi ci abituerò mai. Facciamo visita a tre diverse famiglie: in ciascuna casa ci fanno sedere al tavolo e ci rimpinzano di mandorle, anacardi e uva secca, accompagnati da tazze di chai, il famoso tè indiano. Gli anziani, immancabili, mi guardano perplessi, e fanno mille domande a Rohit. Alcuni bambini vengono a darmi un saluto in inglese. Tra queste mura si respira un’aria serena, appena precedente la gioia della festa: un momento in cui ogni cosa sembra andare per il verso giusto, si sorride, si gioca, ci si guarda con aria leggera.

Ritorniamo a casa. Rohit indossa il Kurta Pajama, l’abito indiano per le grandi occasioni. Poi ci invita a salire in terrazza, dove dobbiamo sistemare le candele sui muretti, in modo da partecipare attivamente all’illuminazione del villaggio, che visto da quassù sembra Disneyland.

candeòle

Ѐ un attimo che siamo di nuovo sotto, invitati ad assistere alla preghiera. Si siedono in terra, con una sorta di fazzoletto appoggiato sulla testa, in una cameretta angusta. Il piccolo altare è approntato, con un vaso colmo di riso, dei fiori, dei dolci a base di cocco e le immagini di Lakshmi, dea dell’abbondanza e consorte di Viṣṇu, e di Ganesha, il dio del buon auspicio con la testa d’elefante. Viene accesa la diya, ovvero la candela, e ha inizio la preghiera.

puja

Al cucciolo di carlino tutto ciò non interessa: continua a morderci e a saltare.

Finché arriva il momento di lasciare i familiari, ci spostiamo a casa degli amici per mangiare, dando così inizio ai festeggiamenti più accesi – i veri, pazzi festeggiamenti che ogni giovane indiano aspetta tutto l’anno. Sono tutti gentili e incuriositi dalla nostra presenza, ci offrono datteri, dolci strampalati, frutta secca. Il più simpatico è un tizio coi capelli lunghi che mangia sempre pollo e si allena tutti i giorni in palestra; sorride in continuazione e annuisce, pare che la vita gli arrida parecchio: mi ricorda Braccio di Ferro; un altro degno di menzione è un tipo sbronzo marcio, coi capelli radi, la fronte spaziosa e le spalle appuntite: biascica come non ho mai sentito fare, capisco una parola sì e venti no, ma in fondo ci intendiamo a meraviglia: mi ricorda Woody Allen; poi ci sono le mogli e i figli, qualche genitore e un paio di anziani signori che credo siano parenti.

“Ma la cena dov’è?”, mi chiedo. Muoio di fame, e io che ero convinto di trovare una tavolata imperlata di pietanze fumanti e colorate.

Ma non passa molto tempo. “Adesso andiamo fuori a divertirci. Comincia il Diwali!” esclama Rohit dandomi un’occhiata complice, come se pregustasse lo sgomento che ci coglierà fra un attimo, quando ci ritroveremo ingabbiati tra esplosioni da sbarco in Normandia.

Usciamo in strada e ci sentiamo catapultati in un cartone animato, una dimensione parallela in cui carnevale, natale, halloween e capodanno si festeggino tutti insieme. Dai balconi partono razzi brillanti, sui balconi finiscono fischioni che anziché levarsi verso l’alto, viaggiano orizzontalmente. Di tanto in tanto io e Ciarlei ci vediamo costretti a tapparci i timpani, gli schianti sono mostruosi.

Rohit sghignazza inorgoglito.

Ci fermiamo in una viuzza stretta. I botti vengono lanciati contro i muri, sull’asfalto, per aria; ogni tanto una motocicletta spunta dal fondo dell’isolato e attraversa la via facendo zig-zag tra gli scoppi.

moto

“E se qualcosa scoppia mentre il motorino ci passa sopra?” chiedo.

“Tranquillo, non succede.”

Bambini di qualsiasi età saltellano in mezzo ai petardi, inghiottiti da colonne di fumo che li fanno apparire come alieni appena scesi da una navicella spaziale, in cerca di comprensione umana.

bimbi saltano

A un certo punto un fischione, l’ennesimo, parte in orizzontale; va a schiantarsi su una parete e finisce sulla testa di una vecchierella che sta passeggiando tranquillamente, con le ciabatte ai piedi. Sulla testa della vecchia sembrano essere state installate un paio di luci stroboscopiche da discoteca; i residui del petardo le fioccano sul corpo, come lucciole intermittenti. Un paio di persone accorrono per ripulirle i capelli e le spalle; lei accenna qualcosa, fa un gesto lieve con la mano, appena sfiorata dall’evento, e poi prosegue per la sua strada.

Il concerto delirante dura più di un’ora; siamo tutti in attesa del gran finale, quello che Rohit ci ha promesso essere una cosa mai vista. Si tratta di una specie di scatolone gigante al cui interno stanno un migliaio di mortaretti tutti affastellati insieme. Basta accenderne uno e comincia il pandemonio.

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Veniamo fatti allontanare mentre gli artificieri si preparano. Braccio di Ferro appiccia la miccia. Scoppiando, dovrebbero partire verso l’alto; e invece no. Ci sentiamo in un videogioco, accerchiati da venti nemici che ti sparano da ogni angolazione: alcuni fuochi d’artificio vengono sparati rasoterra, altri compiono parabole brevi per schiantarsi contro alberi e finestre, la gente si mette a correre.

“Questo non ce lo aspettavamo, questo proprio non ce lo aspettavamo!” ci urla un signore mentre corre con un bambino in braccio. Al che corriamo anche noi: morire a pancia vuota sarebbe alquanto triste.

Evidentemente il gran finale ha fatto cilecca.

“Fabio, questo era ancora niente. Il gran finale è un altro.” mi sussurra Rohit all’orecchio.

Neanche faccio in tempo ad afferrare le sue parole, che un gruppetto di ragazzi spunta da un portone, portano in braccio una sorta di enorme serpentone rosso arrotolato su se stesso. Poi, lo poggiano a terra e pian piano lo srotolano, lungo la via intera, esortando i presenti a scansarsi e a lasciare libero lo spazio. Come una mitragliata senza sosta, come fumarsi due pacchetti di Marlboro in quindici minuti. Sembra una ghost town del vecchio west.

serpentone

Rientrati in casa, scopro con piacevole sorpresa cha la cena era soltanto rimandata: mentre ci si congratula a vicenda per essere sopravvissuti a un altro Diwali, ci vengono offerti riso e dahl, la magnifica zuppa di lenticchie indiana.

Poi veniamo invitati di sopra, in una specie di mansarda adibita a “stanza dello svago”. Lì i nostri amici sono soliti riunirsi per bere whisky, guardare film in tv e fumare. Nei villaggi, il costume indiano non vede di buon occhio locali notturni dove bere e ballare fino a notte fonda. La mansarda di Braccio di Ferro è la loro risposta.

gruppo

Beviamo, mangiamo, fumiamo.

Finché viene il momento in cui uomini e donne si separano. Ciarlei resta sul divano a chiacchierare con le mogli: le chiedono se la tratto bene, mostrandole una sincera apprensione, se abbiamo figli, perché non ne abbiamo, com’è una tradizionale famiglia italiana, eccetera; suggellando ogni botta e risposta con un selfie sempre diverso.

Io sono stato condotto sulla terrazza; mi invitano a sparare per aria un colpo di pistola, una pistola vera, poi fumiamo e s’informano sul mio lavoro. Woody Allen, sempre più sbilenco nel gesticolare e più raffazzonato nell’articolare parole, mi offre un posto lì a Roorkee, presso la sua ditta di riparazioni: scopro che i suoi amici sono tutti suoi dipendenti. Lo sapevo, che era un bomber.

Quando ormai manca poco all’alba, ci riaccompagnano a casa di Rohit: è stata una festa magnifica, ci dicono, ci ringraziano, ci regalano una confezione di dolci e ci abbracciano forte. Allora la diciamo, diciamo quella frase immancabile: “A casa nostra, sarete sempre i benvenuti.”

Polvere e cartoni sdruciti per le strade, un cielo violaceo, un odore acre, un silenzio assurdo.

Delhirio: per un pelo.

Stavolta niente foto. O meglio, soltanto una. Come una volta, su quel blog di msn, quando le parole contavano ancora qualcosa. I contenuti, più che le parole. Si accendeva quella specie di stellina gialla accanto al proprio avatar, e voleva dire che un nuovo pezzo era stato pubblicato sul blog. Era divertente, coinvolgente, emozionante a tratti. Era per pochi intimi. Per amici. Si parlava un linguaggio comune. World is yours, il mondo era mio.

Quanto cazzo mi manca.

Sto scrivendo sul treno. Notturno da Delhi a Jaisalmer, 19 ore di viaggio. Ho una scimmietta con sembianze di bimbo che si arrampica tra un letto e l’altro, lanciandosi tra le scalette, a piedi scalzi, poggiati sui nostri bagagli per far leva e spiccare il volo.

C’è una puzza di piedi infernale. Tutti mi chiedono dell’occhio: “perché hai la benda?”, “Che è successo?”. Sembrano sinceramente preoccupati, come se il mio occhio malandato fosse una faccenda gravissima.

È da mercoledì che mi brucia l’occhio: non riesco a tenerlo aperto. Mi dico: passerà. Finché venerdì, cioè due giorni prima di partire per l’India, mi decido e vado all’oftalmico, l’eccellenza di Torino. Pronto soccorso! In dieci secondi mi liquidano dicendomi “è un’infiammazione, ora le do le medicine e le passa”. “Scusi, ma io…” “Sì sì, prego, si accomodi in sala, le prescrivo tutto”. Collirio con cortisone, diagnosi: congiuntivite.

Metto il collirio tutto il giorno, l’occhio anziché migliorare peggiora, inizio a figurarmi il viaggio in India come fallimento epocale.

Sabato mattina mi alzo, a malapena riesco a muovere la pupilla. Vado al Maria Vittoria, pronto soccorso, c’è una coda pazzesca, aspetto venti minuti, impreco, me ne vado, torno all’oftalmico, lo so, devo essere scemo; sono in sala d’attesa quando mi telefonano: è una clinica privata che avevo contattato il giorno prima, si è liberato un posto, però devo sbrigarmi, e raggiungere in mezzora Piazza Carducci.

Pago 80 euro.

La dottoressa, visitandomi, dice: “Lei ha la cornea abrasa, magari si è infilato il dito nell’occhio per sbaglio… prenda questo, bendi l’occhio, tre giorni e passa. Vada poi a farsi controllare, per vedere se è guarito.” “Sarò in India.” “Ah. Beh, si faccia controllare in India.”

Sabato prendo le nuove medicine prescritte, e non cambia un cazzo.

Dovrò farmi visitare in India…” erano parole che mi mulinavano nel cervello. Mi immaginavo con l’occhio putrefatto e le mosche in saree e piercing all’ala a danzarci sopra.

A un tratto mi decido: contatto un ospedale di New Delhi presso cui, spero o forse no, farmi visitare. Si chiama Max Super Specialist Megagalattic qualcosa: un nome presuntuoso. Chatto (!!!!!) con un bomber indiano che mi scrive di continuo “Yes, sir!” e “Are you there, sir??” e più semplicemente “Sir???”. Mi fissa un appuntamento per martedì mattina. Mi arriva la conferma tramite email, pago con paypal (!!!!) il ticket di 7 euro (!!!!!) e così pare che un esperto di oftalmologia mi visiterà. (sarà sporchissimo, mi chiederanno un sacco di soldi in più, perderò la giornata intera, sono i miei scontati pensieri occidentali).

Dormo malissimo: tutta la notte penso che sarebbe meglio non partire. Sento che me ne pentirò.

Domenica mattina, aeroporto di Caselle. Ore 05:30. Sullo schermo delle partenze il nostro volo non c’è. Traumi. Andiamo al desk.

Sì, effettivamente il vostro aereo non c’è.” “Che significa?” “Blue Air ha soppresso la linea Torino-Roma.” “E perché nessuno ci ha avvisati?” “Beh sì, è la prima volta che ci capita… Comunque tranquilli, vi hanno spostati su un volo Alitalia delle 12:15.” “Cioè tra sei ore. Ottimo.” Insulti. Traumi.

Chiamo mia madre, torna a prenderci, ci porta a casa sua, ci mettiamo a dormire. Poi finalmente voliamo.

Arriviamo a Fiumicino. Dopo mille ritardi, e decine di persone sballottate a destra e a manca, il tutto dovuto all’ormai famigerata “vicenda Blueair”, ci imbarchiamo.

Il mio occhio è sempre peggio. La luce del sole sembra entrarmi nell’iride, tagliuzzarla con perizia e poi darle fuoco. Oltre alla benda, mi sistemo sull’occhio la mascherina per dormire. Nonché un bel paio di occhiali da sole giallo fosforescente.

Al controllo passaporti i bomber indiani mi squadrano incuriositi, ma alla mia domanda se devo togliere la benda rispondono atterriti: NO NO NO! Probabilmente immaginano che la mia pupilla ciondoli al di fuori della orbita appesa a liane di muco.

Bene, preleviamo denaro contante? NOT AUTHORISED. INVALID REQUEST. TRY AGAIN. THIS MACHINE CAN NOT DISPENSE MONEY.

Proviamo una decina di sportelli diversi, invano; dopodiché per puro caso riusciamo a salire a bordo di un risciò per visitare Delhi. I soldi li anticipa una coppia di ragazzi italiani conosciuti in hotel. Visitiamo il mausoleo di Humayun, ispiratore del Taj Mahal, e poi ci lanciamo a Old Delhi, dove ci ritroviamo a mangiare chapati fatto sul posto in un forno di pietra, con alcune scimmie che fluttuano sopra le nostre teste appese ai fili della corrente, in attesa di un tocco di cibo. E io con benda, occhiali e mascherina, entrambi gli occhi serrati, sole io ti odio.

La mia cara banca intanto mi ha mandato degli avvisi, dicono che c’è qualcosa di anomalo. Provo a chiamare, gli scrivo, mi faccio aiutare da mio padre e da alcuni amici che sono in Italia. Tutto inutile: provato una trentina di sportelli diversi, non riesco a prelevare.

Intanto mi medico l’occhio e mi faccio una doccia, ponendo la massima attenzione affinché quell’acqua putrida, iperbatterica, non venga a contatto con la mia cornea malconcia; Ciarlei è svenuta sul letto, immota, le braccia diritte lungo il corpo, dice che sta per morire, un tumore alle ossa forse.

Chiamo mio padre e gli dico: “e se usassimo Western Union??” Mi dice che si informa e mi fa sapere.

Ceniamo con i due amici marchigiani conosciuti in hotel. Io parlo a occhi chiusi, mio padre mi conferma di avere effettuato il trasferimento di denaro tramite Western Union e il cameriere ci porta una decina di pietanze che ulcerano lo stomaco. Ancora adesso mi brucia il culo, a pensarci.

Bimbi nudi pisciano e cacano per strada, clacson onnipresenti assordano la città senza un fine preciso, saree floreali vengono lambiti dai risciò e pettinati dai gas di scarico di motori diesel. Mutilati saltellano su una gamba sola, le mani spezzate con le dita irrigidite implorano qualche rupia, umani e animali rischiano ogni dieci metri di finire infilati dalle lamiere.

Martedì, giorno cruciale. Western Union dovrebbe aprire alle 9 del mattino, così è scritto sul sito. Ci servono i cash. Ovviamente alle 9 è chiuso. “What time it will be open?” chiedo. “Around ten.” “Why?” “At ten thirty, sir.” Bestemmio. “Actually open at eleven, sir. Always open at eleven.” Bestemmio forte perché dobbiamo pagare il risciò ma non abbiamo soldi. Ciarlei mantiene la calma e mi consiglia di tentare di nuovo il prelievo: questa volta vivaddio funziona. La ruota inizia a girare. L’autista di risciò intanto sembra essere svanito, al suo posto ce n’è un altro simile a lui che ci chiede i soldi; lo mettiamo alla prova chiedendogli qual è il nostro hotel, il bomber è perplesso: i disagi ci hanno portati alla paranoia. Ti prego scusaci.

Voliamo alla clinica. Sono sfiduciato, inutile negarlo. So che sto andando a perdere tempo, che se non c’è stato un miglioramento in questi giorni vuol dire che la cosa è più seria del previsto, e si tratta dell’occhio, non posso rischiare di comprometterlo per uno stupido viaggio in India. Alla fine dovremo cercare un volo e tornare mestamente a casa.

La clinica si presenta ordinata e pulita. Passo subito all’accettazione con la stampa della ricevuta. Mi siedo e aspetto. Una vecchierella con occhiali da sole mi guarda, ride e mi domanda che mi è successo, ovviamente in hindi. Rispondo “problem” e si scassa dalle risate. A un signore devono appena avere dato una brutta notizia: piange a singhiozzi. Magari un parente non ce l’ha fatta.

Mister Elia.” “Here I am!”

Mi visitano due dottoresse. A un certo punto la seconda, la divinità Isha Garg, mi fa: “You have a little hair in your eye. That’s why you are not healing.”

Incredibile. Dovrei inferocirmi contro i medici italiani che non sono stati in grado di trovare un fottuto pelo, e invece esclamo: “Really?! I’m so happy for that! You can’t imagine, really. I’m so thankful!”

La dottoressa mi usa la cortesia di farcirmi l’occhio con pennellate arancioni prima di estrarmi con le pinze il maledetto pelo, colui che abradeva la cornea nascondendosi come un partigiano nei boschi.

Dalla gioia vorrei piangere. Non mi ero mai sentito così prima d’ora.

Torniamo alla Western Union, prendiamo i soldi, bazar, pranzo, clacson, bordello, felicità.

Abbiamo il treno notturno per Jaisalmer. Ci viene detto che in trenta, quarantacinque minuti massimo siamo alla stazione di Old Delhi.

Col cazzo. Dopo un’ora e mezza siamo bloccati nel traffico, fermi, immobili, con gente che a momenti ci passa sul tettuccio della macchina. Il treno dovrebbe partire tra cinque minuti. Il tassista ci scarica. Due zaini enormi addosso, corriamo come bufali, facendo a spallate con le migliaia di persone che affollano la stazione, e calpestando, nel vero senso della parola, centinaia di persone sdraiate a terra, che dormono, credo, o si annoiano, o fanno cose, andando a creare quella sorta di multicolore tappeto vivente che sono le stazioni dei treni in India. Buttiamo gli zaini sul nastro trasportatore, uno dei tanti controlli farsa, li riprendiamo facendoli strisciare tra svariati costati; tutti corrono a perdifiato. Il binario, il binario, qual è? Non c’è manco tempo di guardare i tabelloni, sta partendo adesso. Il binario, il binario. “Platform 9” “Platform 9” “Platform 9” ce lo confermano in tre.

Eccolo, eccolo, laggiù, è quello! Scendiamo le scale in un tuffo acrobatico, arriviamo al binario 9 e cazzo, il treno si sta muovendo. Sta partendo! Ciarlei mi guarda e vede materializzarsi sul mio volto un riavvolgersi dei traumi passati.

L’abbiamo perso…” sussurro, blandito dalla tristezza, chinando il capo.

Allora Ciarlei impazzisce. Corre appresso ad alcuni passeggeri individuabili tra la massa di corpi, con le teste che sporgono dai finestrini del treno, e chiede loro “Jaisalmer? Jaisalmer?” Quelli scrollano il capo, in indianissimo segno di assenso. (peccato che il loro ciondolare la testa, abbiamo scoperto in seguito, vuol dire in realtà una miriade di cose: dal “va tutto bene” al “fai un po’ cosa vuoi” al “vengo in pace” al “non c’è fretta” al “buono questo curry” al “il bagno non c’è ma se ti scappa la pipì vai pure” al qualunquealtracosa un po’ come in Donnie Brasco il chettelodicoafare.)

Allora prenderò l’autobus al volo!”

No Ugo! L’autobus al volo no! Non l’hai mai fatto, non hai il fisico adatto…”

Non l’ho mai fatto… ma l’ho sempre sognato.”

Il ragioniere ci guida alla follia.

Saltiamo!” esclama Ciarlei.

Ci mettiamo a correre senza esitazione, raggiungiamo un’entrata (sui treni indiani le porte rimangono aperte anche a treno in movimento), misuriamo le distanze, salta prima Ciarlei, con un balzo da leone; la seguo a ruota, rimango incastrato con gli zaini, Ciarlei mi tira su. Nel frattempo, come di consueto, decine di occhi indiani ci hanno accerchiati, incuriositi.

Jaisalmer?” chiedo nuovamente. Alcuni fanno sì, altri chi lo sa, poi un tizio sulla banchina dice “No! No!” e indica il binario opposto, il numero 10. Lo vediamo sfumare man mano che avanziamo, ma ha la faccia di uno di cui ci si può fidare.

Il treno intanto ha preso velocità, si sente il clangore delle rotaie, dobbiamo decidere in un nanosecondo.

Saltiamo!”

Gli zaini, ingombrantissimi, mi bloccano, ma riesco in qualche modo a saltare giù, spinto dall’adrenalina. Fletto le ginocchia appena toccato terra, e riesco a non cadere riverso. Mi giro immediatamente, Ciarlei sta provando a saltare ma c’è un signore che la trattiene dallo zaino, esortandola a non farlo, ché è molto pericoloso. Ciarlei tuttavia è una furia, si libera dalla morsa e salta; atterra all’indietro, come un gambero, esibendosi in una specie di piroetta. Resta in piedi non so come.

Così avevo più equilibrio.” si giustifica, e mentre torna in sé dà del pazzo al signore che la tratteneva per lo zaino. Certo, il pazzo è lui.

Siamo salvi. Inutile dirlo, ci guardano tutti, basiti. Non si vede tutti i giorni d’altro canto saltare dal treno un tizio pallido, con due zaini indosso, senza capelli, con l’occhio agghindato di benda bianca, mascherina verdeacqua per la notte e un paio di occhiali giallo fosforescente.

Jaisalmer binario 10. Elia e Capobianco, posti 23 e 24.

Ora posso mangiarmi una banana.

dehlirio scrivere

Bolivia: lagune colorate e Salar de Uyuni.

L’autobus correva nella notte da La Paz a Uyuni, attraverso gli altipiani boliviani. Dormivamo della grossa, avvolti da una coperta di lana e appoggiati a un cuscino gonfiabile.

A un tratto fummo svegliati dall’autista, che ci intimò di scendere. Un’occhiata fuori dal finestrino: era buio pesto. “Ma dove dobbiamo andare?” chiesi col mio spagnolo arrabattato. In risposta mi beccai parole sparate rapidissime, quasi con rabbia, al che capimmo che la situazione doveva essere seria.

Nessuno sapeva nulla. Domandavamo ad altri turisti, con gli occhi ancora stropicciati dal sonno; nessuno pareva aver capito, nemmeno chi lo spagnolo lo parlava a menadito. Scendemmo dall’autobus e bam!, un freddo cane. Eravamo nel deserto, di notte, a 4.000 metri di altitudine.

Ci lasciarono sulla strada e ripartirono; a questo punto non ci vidi più: mi misi a correre e mi aggrappai al braccio dell’autista che stava per richiudere la portiera dell’autobus, mi ci aggrappai e gli chiesi più volte, scandendo le parole che mi ero fatto suggerire, dove cazzo stessero andando e soprattutto cosa noi dovessimo fare. Il canaglia fece finta di non capirmi, finché, sfinito, non gli sbattei la porta addosso, con tutta la forza che avevo. Voleva scendere e affrontarmi a muso duro, ma lo fermarono, e il bus proseguì.

Nel frattempo alcune informazioni erano spuntate: più avanti c’era un blocco stradale imposto da un gruppo di operai che avevano organizzato uno sciopero. Si trattava dei minatori di Uyuni, i quali rivendicavano condizioni lavorative migliori già da mesi, ed erano in lotta col governo.

Camminando più velocemente possibile, per raggiungere una qualsiasi meta e per dimenticarci del freddo che mordeva, passammo accanto al blocco: diverse macchine erano parcheggiate di traverso alla strada, un gruppetto di persone stava seduto intorno a fuocherelli appiccati che illuminavano il cielo.

Dopo un altro centinaio di metri percorsi in totale silenzio, avvistammo un autobus. Capimmo che era un tizio che gentilmente era tornato a prendere un po’ di persone, ma non era grande a sufficienza per tutti; ci salimmo subito e riaffondammo sotto le coperte, infreddoliti e innervositi.

Alle prime luci dell’alba arrivammo a Uyuni, una cittadina triste, di casette basse, con un paio di mercati e un sacco di polvere. Andammo all’agenzia con cui avevamo comprato il tour nel Salar – la distesa di sale più grande al mondo. Il costo era molto più basso rispetto alla media, naturalmente.

Prendemmo un lungo caffè nero e aspettammo seduti nella polvere. Dopo un’ora o giù di lì arrivò il nostro autista: Lucho, un tizio grassoccio col faccione simpatico, in testa un berretto da combattimento.

Salimmo sul suo fuoristrada e passammo a prendere altre due ragazze: una brasiliana che se ne andava in giro per il Sud America a suonare l’ukulele e una diplomatica polacca che lavorava stabilmente a Lima. A quest’ultima bastarono un paio di minuti per iniziare a punzecchiarsi con Lucho, il quale a detta di lei dava risposte approssimative, parlava male lo spagnolo e guidava a minchia.

A noi invece Luchone stava un sacco simpatico. Andava parecchio più piano rispetto agli altri fuoristrada, e continuava a ripetere tranquilo, no hay prisa. Isabela la polacca montava di furore a ogni sua parola.

All’improvviso vedemmo le macchine davanti a noi accelerare di brutto, sgommando sullo sterrato. Un gruppo di persone le inseguivano lanciandogli sassi addosso. Bomber Lucho provò anche lui ad accelerare, ovviamente in netto ritardo rispetto agli altri, così che un tizio, correndo, ci raggiunse, e una volta di fronte a noi scagliò con violenza una pietra enorme sul nostro parabrezza; ci abbassammo tutti, spaventati, mentre Lucho continuava a schiacciare il pedale dell’acceleratore.

Il parabrezza era frantumato, Lucho si girò per sincerarsi che stessimo bene: noi sì, ma a lui era finita una scheggia di vetro nell’occhio, il quale era gonfio e arrossato. Isabela lo insultava, noi lo tranquillizzavamo. Era profondamente scosso, gli veniva da piangere. Erano stati gli stessi scioperanti della notte prima, quelli in lotta col governo.

Gli consigliammo di tornare a Uyuni e di andare in ospedale, per noi non c’era problema, avremmo preso un altro autista. Lucho rispose che aveva bisogno di lavorare e che, se fossimo tornati indietro, il suo capo non gliel’avrebbe fatta passare liscia.

Parlammo di democrazia e di diritti, mentre il bianco del Salar, come un magma compassato, si arrampicava verso il cielo, inondandolo di bianco.

Eravamo lì, correvamo a bordo di un fuoristrada sulla sconfinata distesa di sale, accecati dal candore, senza capire come ci si potesse orientare, in mezzo a quella straordinaria omogeneità.

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Ci fermammo per pranzare: pollo, riso e banane. Immancabile la battuta è insipido, ci volete un po’ di sale?, come immancabili le foto che scherzano con la prospettiva e quelle che ritraggono salti di gioia con contrasti da urlo.

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Poi ripartimmo, ma dopo alcuni istanti ci accorgemmo di un liquido che colava sul parabrezza. L’odore era inconfondibile: gasolio. Lucio disse che probabilmente la tanica legata sul tettuccio si era bucata: senza dubbio, rispondemmo noi. Quindi ci fermammo di nuovo. Lucho fece un paio di chiamate dalle quali si evinceva quanto non fosse un mago di problem solving. Alla fine rappezzò la tanica alla buona e via.

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Facemmo un’altra sosta sull’Isla Incahuasi, una specie di collinetta popolata di cactus nel bel mezzo dell’oceano di sale.

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Man mano scendeva il freddo: trascorremmo la notte in un ostello costruito col sale, l’indomani ci attendevano meraviglie di ogni tipo.

La “Reserva nacional de fauna andina Eduardo Avaroa” era un concentrato di montagne colorate, lagune, deserti.

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Fenicotteri rosa alla Laguna Canapa.

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Lama alla Laguna Blanca.

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Nuvole dai contorni fatti a matita a 5.000 metri sul livello del mare.

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Il rosso fuoco della Laguna Colorada.

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L’ultima notte il povero Lucho in arte Paolino Paperino la trascorse sdraiato sotto il suo fuoristrada, a cercare di aggiustare chissà che cosa, con il supporto di una pila frontale che gli avevamo prestato.

Finché, superati i geyser e il deserto Salvador Dali, giungemmo al confine col Cile, lasciammo la brasiliana con l’ukulele che avrebbe da lì proseguito la sua avventura, e tornammo indietro, con l’occhio di Lucho ormai viola, il fuoristrada che avanzava sempre più lentamente, sempre più scassato, e la polacca che non si dava pace, ché aveva un volo a Uyuni e non poteva perderlo.

Dopo un po’, stufo di quelle lamentele, Lucho fermò un altro fuoristrada, che andava molto più veloce, e chiese all’autista di caricarsi Isabela, con la scusa che così sarebbe arrivata in tempo per il volo. Il tizio accettò, salutammo Isabela e Lucho, appena risalito a bordo, con un sospiro di gran sollievo esclamò: Ella es loca!

Dopodiché riavviò la macchina e ripartì, ai venti chilometri all’ora, tra cigolii e pezzi che man mano si staccavano, col cappellino in testa e gli zigomi sugosi sollevati dal sorriso. D’altronde il sole stava levandosi.

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Umm Qais, nell’estremo nord giordano, di fronte al Mare di Galilea e alle alture del Golan

La Giordania era stata una conquista. Eravamo atterrati al Queen Alia International Aiport di Amman partendo dall’Egitto, il giorno stesso in cui il re Abdullah al-Husayn aveva dichiarato guerra all’Isis, in seguito alla vicenda del pilota giordano arso vivo.

Una miriade di voli da tutto il mondo con destinazione Giordania erano stati cancellati, e così, quella terra arida, screziata d’arancio, scavata dai Wadi e incisa da città romane, era tutta per noi.

All’aeroporto prendemmo a noleggio una macchina mezza scassata, con i finestrini manuali e l’autoradio che non leggeva i cd-rom – non vi dico le bestemmie quando realizzai che il cd che avevamo preparato con tanta cura sarebbe tutt’al più stato utile per una mano di frisbee. Il solo accompagnamento possibile era la radio giordana, che ci allietava con canzoni dai ritmi arabeggianti, sempre uguali, attraverso un impianto gracchiante, avvolto nella sabbia di mille deserti.

L’indomani mattina, da Madaba partimmo alla volta del nord, con l’obiettivo di visitare Jerash, ribattezzata la Pompei dell’Est, e poi Umm Qais, sito archeologico dove un tempo sorgeva Gadara, una città romana di cui oggi non restano che rovine, per via di un terremoto devastante.

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Arrivarci fu emozionante: com’è sempre arrivare in una zona di confine. Questa, però, era particolarmente affascinante. Una decina di chilometri più a est si entrava in Siria, mentre a ovest si vedeva distendersi il mare di Galilea, altrimenti detto lago di Tiberiade, in territorio israeliano, lungo le cui sponde sorgono decine di kibbutz.

Ancora oggi, migliaia di palestinesi vengono qui per gettare uno sguardo malinconico sulla valle, la terra da cui furono espulsi nel 1948.

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Camminando tra i colonnati semidistrutti di Gadara superammo un ex-villaggio ottomano di basalto nero e bianchissima pietra calcarea, finché arrivammo in un punto in cui la vista sulle alture del Golan, occupate dalle truppe israeliane dal 1967, si faceva nitida. Là sotto scorreva lo Yarmuk, convenzionale linea di confine.

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“Che bello!” – esclamò Ciarlei.

“Visto? Là dieci giorni fa alcuni ribelli siriani hanno preso in ostaggio quarantatrè soldati delle nazioni unite.”

Ciarlei mi guardò perplessa, ma tanto ormai eravamo lì, tanto valeva pranzare. Pranzammo soli, in un bar, mangiando hummus e bevendo tè.

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Poi tornammo alla macchina, era ora di affrontare la discesa nella gola dello Yarmuk, sorvegliati a distanza – bonariamente, certo – dagli eserciti di tre diversi stati.

Ma la macchina non si accendeva. Girai più volte la chiave, schiacciai l’acceleratore, il motore rombava, ci provava, e poi moriva. Il caldo d’improvviso divenne devastante. Uscii dalla macchina, mi guardai intorno, l’aria bollente fasciava le casupole dei villaggi, gruppetti di cani cercavano di valorizzare bottiglie di plastica sezionandole con denti famelici, ma gli esseri umani dov’erano?

Come luogo per restare appiedati non c’era male. Ciarlei s’era già messa l’anima in pace, ma ritentai un’ultima volta – la quarantesima, indicativamente – e la macchina si accese, ma si accese sul serio. Furibondo mi avventai contro l’acceleratore e non lo mollai più, Ciarlei salì e le dissi che ci conveniva fare una tirata unica fino a Madaba, per non rischiare che non ripartisse più.

Pochi minuti e incontrammo un check-point, mitra spianati e berretti storti. Ciarlei temeva il peggio mentre un giovine annoiato ci controllava i passaporti.

“Italia!” – proruppe di colpo; poi cominciò a ridere insieme ai due soci, che sedevano su sedie in legno con le gambe all’aria, fumando. Noi sorridemmo di gusto: il passaporto italiano è il passepartout internazionale, il grimaldello in grado di schiantare ogni barriera.

Ci riconsegnò i passaporti, sempre col mitra bellamente all’altezza dei nostri occhi, imbracciato con maestria, fece un saluto e sorrise guardandoci mentre ci allontanavamo.

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Diretti a sud, mi ricordai che prima di tornare a Madaba avevamo in progetto un’altra tappa, e cioè un antico palazzo di cui non ricordo il nome, nascosto nella campagna.

Decidemmo di rischiare. Era troppo bello per saltarlo. Se ci diceva male, la macchina non sarebbe più ripartita e amen.

Mappe e navigatori però non ci erano di aiuto, ecco perché iniziai a chiedere, chiedere a chiunque incontravamo, ragazzini, donne, anziani, i quali puntualmente non capivano cosa dicevo, e quando, dopo ripetuti tentativi, parevano afferrare cosa intendessi, mi indicavano chi una direzione chi un’altra.

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Il pomeriggio andava esaurendosi sotto i dardi dell’ultimo sole, l’unica certezza era la musica popolare giordana.

Finimmo in una stradina dissestata che conduceva a una radura senza alberi. La polvere sembrava essere l’unica attrazione. Lasciando la macchina accesa, scesi e fermai due ragazzi che passavano di lì in sella a una moto. A quanto capii, il palazzo distava altre due ore, avevo ciccato in pieno.

Ridendo si congedarono, indicandomi la strada per Madaba. Chissà quant’era bello, quel palazzo.

Sulla strada del ritorno abbassammo il volume dell’autoradio: fuori esplodeva un crepuscolo bello da impazzire.

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Il ponte sulla Drina

La Skoda Fabia bianca presa a noleggio aveva da poco cominciato a inerpicarsi su per una delle strade con più tornanti al mondo: quella che conduce da Kotor a Cetinje, la vecchia capitale del Regno del Montenegro. Il golfo di Kotor, mentre salivamo, riposava laggiù, tra i promontori verdissimi.

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Mi fermai non so quante volte, in prossimità della curva, convinto che quattro frecce bastassero a giustificare il fatto che fossi sceso dalla macchina correndo verso il precipizio per scattare una foto.

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Il cielo era terso, splendeva il sole e la temperatura era quasi mite. A un certo punto, una decina di minuti dopo, arrivammo in cima alla montagna e gettammo lo sguardo sull’altro versante: la strada, gli alberi, tutto era ricoperto di neve. Nemmeno il tempo di affrontare il primo tornante in discesa, che prese a nevicare; mai avevo visto le condizioni meteorologiche cambiare in modo tanto repentino (soltanto perché non ero ancora stato a Reykjavik).

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La guida si fece più lenta e compassata: ma la nostra macchina era attrezzata per la neve?

Attraversammo Cettigne, sede delle ambasciate delle potenze europee dell’Ottocento, e poi tornammo a calarci giù dalla montagna, piegando la Skoda su curve che, senza più neve, mi obbligavano a sollecitare i freni innumerevoli volte. Finché sentimmo uno stridio, come se la porta di una segreta a picco sul mare stesse spalancandosi. Rallentai, ma quello cresceva, ed era insopportabile: qui ho spaccato tutto, mi dissi.

Scendemmo dall’auto, nei pressi di un tornante, in mezzo al nulla, dentro una valle montenegrina. La ruota anteriore sinistra fumava. Così, da ignorante totale, presi una bottiglia d’acqua e gliela versai sopra. Quello che prima era un filo impercettibile si trasformò nella fumata bianca papale. Eravamo certi che stesse per esplodere o qualcosa del genere. Ci allontanammo finché non smise di fumare.

Adesso però come ci arrivavamo a Višegrad, nell’Erzegovina, a 260 chilometri da lì?

Oltretutto eravamo su una strada semi-deserta, nessuno sembrava interessato a percorrerla. Dopo una decina di minuti avvistammo la prima macchina scendere dal versante, la fermammo: erano due russi, non capivano un’acca, né della nostra lingua né di meccanica. Grazie arrivederci. Poi fu il turno di un orientale, con gli occhiali, rise scuotendo la testa e risalì sulla vettura.

Poi un pandino, o una specie, con a bordo quattro omoni. Accostarono e cominciai ad affaccendarmi nella consueta pantomima, gesti, versi, mimi, indicazioni, parole, speravo, dal significante più o meno universale. Eppure parvero capirmi. Mi dissero, cioè, mi lasciarono intendere che il problema consisteva nel fatto che avevo abusato dei freni, per ore e ore consecutive, senza mai fermarmi, e con il cambio drastico di temperatura era successo quel che era successo; così loro ora dovevano mettersi alla guida del nostro veicolo, per valutarne la guidabilità, mentre io e Ciarlei saremmo saliti sul pandino in compagnia di uno di loro.

Mi figurai la scena di noi due buttati fuori dalla macchina mentre gli altri si portavano via la Skoda. I quattro montenegrini, frattanto, parevano divertirsi. Si guardavano dagli specchietti, ridevano e si scambiavano strombazzate di clacson.

Fino a quando ci fermammo e mi comunicarono a modo loro che potevo guidare, a patto di usare quasi solo freno motore, senza più schiacciare il pedale.

Più competenti e gentili di così non potevamo trovarne. Che botta di culo.

Rasserenati riprendemmo a goderci il panorama, a braccetto con l’incontestabile punta di diamante della colonna sonora del nostro viaggio: If you tolerate this your children will be next- convinti che la canzone parlasse delle guerre jugoslave, quando invece si ispira alla guerra civile spagnola.

In lontananza iniziava a intravedersi Rijeka Crnojevica, un paesino splendido tagliato in due da un vecchio ponte ottomano in pietra – anticipazione del suo magnifico fratello maggiore che incontreremo a Višegrad.

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Ci fermammo a mangiare sul fiume, poco distanti dal lago di Scutari, al confine con l’Albania. Contenti di avere incontrato delle brave persone. Ci attendevano soltanto 200 chilometri (di cui buona parte su una delle strade che registra il più alto numero di incidenti al mondo, tra gallerie scavate in modo grezzo dentro la montagna, senza illuminazione, dove i numeri di telefono dei carroattrezzi – AUTOSLEP- sono segnati sulle rocce con bombolette spray colorate, casomai servissero a qualcuno) durante i quali avrei dovuto seguire indicazioni inesistenti su strade dissestate senza schiacciare il piede sul freno. E stava per imbrunire.

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Pavlova strana, il verdissimo guscio di testuggine, riposava accerchiato dall’ansa del fiume Crnojevic.

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Il caos di Podgorica, deviazioni improvvisate, le infinite file di camion incolonnati su per le montagne che comparivano come difensori di una porta ancora inviolata.

D’improvviso era quindi scesa l’oscurità assoluta della Repubblica Srpska, legittimata da una dogana raffazzonata con sedie sgangherate e guardiole cadenti, retaggio di accordi altrettanto racconciati, lontani nel tempo, firmati chissà dove nell’Ohio. Una stradina scavata in una vegetazione fitta, curve a gomito e saliscendi; manco una luce, fatta eccezione per l’azzurrognolo impassibile e impassabile della nebbia. Si cantava – Bullets for your brain today but we’ll forget it all again –, si sperava di arrivare, e di non aver sbagliato direzione.

A Višegrad erano avvenuti i primi massacri ai danni dei bosgnacchi, nella primavera del ’92, tremila persone assassinate, tre anni prima di Srebrenica.

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Il navigatore era impazzito, d’indicazioni non se ne aveva traccia da chissà quanti chilometri; ma il ricordo delle parole di Ivo Andrić, il suo stile immaginifico da pittore più che da scrittore, mi sospingeva in avanti scongiurando il pericolo di farmi desistere dal pedale dell’acceleratore. Cominciò la pioggia. E le luci di Višegrad infine spuntarono; fioche: davvero scorreva la Drina, laggiù? Davvero il ponte di pietra ottomana ne univa le sponde? Abidaga, il turco folle, mi tornò in mente con la sua mania d’impalare poveri disgraziati sul ponte – il ponte sulla Drina, il Mehmed Paša Sokolović, sul quale le truppe serbe portavano uomini, donne e bambini per ucciderli e buttarli nel fiume, tristi, remoti epigoni di Abidaga.

Then your children will be next, will be next, will be next.

Il ponte, il ponte: ma dove diavolo era? Case, viuzze, incroci. Non si arrivava più. Finché, oltre i baccanali cui un gruppo di vecchietti si dedicava fuori da un bar, comparve l’Hotel Višegrad; di cui avevo tanto letto. Dava proprio sul ponte, sapevo; eppure, anche a voler trafiggere con gli occhi i grandi proiettili di pioggia che venivano giù verticali, non lo vedevo. Entrammo, e volli a quel punto indugiare: sistemare con calma i bagagli, salire lento le scale, discorrere del più e del meno; senza più badare al ponte. Infine, consunto dall’aspettativa, chiesi a un inserviente: “Excuse me, where is the bridge?”. Mi guardò perplesso. “Well, it is just here.” disse indicando il retro dell’hotel. Mi ci precipitai, nella pioggia senza ombrello. E finalmente lo vidi.

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Avvolto nella bruma e limato dall’acqua, immerso nel buio stava là, immenso e silenzioso, il ponte sulla Drina. Mi soffermai sui piloni conficcati nel fiume, le cui pietre mi parvero pagine. Mi resi conto allora che quello portato a termine da Ivo Andrić era un duplice miracolo: aveva trasformato un libro in un ponte, e un ponte in un libro.

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Sopra l’erba, il cielo altissimo

Scendeva la sera sulla Piazza Rossa di Mosca. Krasnaya Ploshchad’, la Piazza Bella. Aspettavamo sdraiati, come fossimo in mezzo ai monti con un sacco a pelo e nient’altro, San Basilio illuminata. Lenin riposava a qualche metro da noi senza più sogni. Non credo di avere mai camminato tanto come quel giorno, eppure volevo rialzarmi e continuare: c’era il Cremlino riflesso sulla scura Moscova in attesa di un nostro sguardo. E ogni passo era un’esplosione di gioia, e ogni angolo svoltato una meraviglia. E i nostri eroi ci stavano finalmente accanto, dopo averci accompagnato a lungo, da sempre, da molto lontano.

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La mattina dopo partimmo per Jasnaja Poljana.

Quante volte avevo sentito quel nome.

Stavolta però facevo sul serio, volevo vedere se esisteva davvero, quel posto di cui avevo letto tanto, che si diceva essere incorniciato da alberi giganti almeno quanto colui che li aveva costeggiati giornalmente con la sua andatura lenta, quel posto vestito da un cielo altissimo come quello contemplato dal principe Andrej caduto ad Austerlitz.

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Io e Ciarlei eravamo andati a convivere da poco, in Italia, grazie a un lavoro part-time che ci regalava l’illusione di un briciolo di indipendenza.

Che belli i primi giorni. Pareva che fuori dalla nostra tana regnasse un caos sordo, che avremmo potuto gridare aiuto per giorni senza che là fuori nessuno ci avrebbe udito, perché le finestre di casa erano muri eccezionali che non si desiderava scavalcare; ciò cui aspiravamo era una solitudine binaria, ricercata e perciò preziosa, un al di qua in cui perfino Pink, la rockstar di Waters, sarebbe impazzito felicemente, senza rancore verso la mamma né verso la scuola.

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Le nostre, di mamme, ci avevano salutato senza tenerci avvinghiati forzosamente al loro, al nostro vecchio appartamento; e la scuola ci aveva insegnato a leggere i grandi libri, perché un classico anche se non lo si capisce a fondo, o se annoia, resta, e insegna a sua volta, durante la vita di chi ne ha fruito, a modo tutto suo, a volte discretamente, influenzando il grado critico che ci si fa di certe situazioni o di certi atteggiamenti, altre più stentoreo, ponendo innanzi a noi suoi remoti lettori personaggi enormi, che malinconici ci esortano a farli rivivere, ché tanto hanno ancora da raccontare, tanta passione da insufflare negli animi di chi li incontra, che dimenticarli sarebbe come rinnegare il proprio diritto all’emozione. Che qualcuno chiama anzi dovere.

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Da Mosca prendemmo un autobus diretto a Tula; fu complicato farsi capire, ma alla fine dietro qualche risolino un po’ così accettarono i nostri biglietti e ci fecero salire. Sorridemmo insieme ad altri passeggeri, anche se non capii mai per quale motivo. L’autobus partì, Ciarlei disse “Tula” ad alta voce e un viso o due annuirono, e la strada subito si allargò e si fece vuoto intorno, correvamo verso Tolstoj.

Durante il tragitto pensieri fantastici fioccavano su noi due, che nel mondo reale eravamo stati investiti da una locomotiva di pazzia maestra, e ora lì, in quel bus surreale, la locomotiva era diventata portaerei; quel momento di sole, mentre ci allontanavamo dalla terza Roma che con la sua aquila bicefala ci aveva dato modo di accertarci che la piscina di Stalin davvero non esisteva più, e di volare sull’Arbat senza scopa ma su di un azzimato tappeto matrimoniale, e di vedere le spaziali opere d’arte sotterranee figlie del sogno di Kaganovič: quel momento era come fossimo sul divano di casa nostra, un buco di trenta metri quadri ricamato di neve fradicia, il nostro sottosuolo, là dove potevamo coccolare i nostri sentimenti sinceri senza paura di essere additati, un posto dal quale riemergere avrebbe significato per la nostra memoria essere accecata dalle convenzioni che come cani da caccia ci braccavano annusando con gran piacere l’odore della preda.

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Tula non era poi così distante, ci arrivammo in poco tempo. Non avevamo soldi, come al solito, e così ci mettemmo alla ricerca di uno sportello bancomat. Vari tentativi ci condussero all’interno di un’università, dove alcuni studenti ci spiegarono come far funzionare uno sportello per il prelievo. L’odore di università è uguale in tutte le parti del mondo.

Guardai Ciarlei, era radiosa, in Russia voleva venirci da quando era bambina, perché la Russia la attirava in modo misterioso; l’animo russo non si può spiegare, d’altronde, ma si vede e si sente, in certi luoghi che paiono usciti dalla pagina di un Conrad redento, luoghi che hanno smesso il selvaggio per mantenere una certa sacralità, e intorno ai quali non aleggia che il rispetto, e non danza che il vento. Posti come la Chiesa dell’Intercessione sul Nerl’, sola in mezzo all’erba, carezzata da poche piante e da un laghetto. Ci si arriva percorrendo un sentierino disegnato dentro un prato, con il blu delle cipolle di Bogoljubovo appena alle spalle.

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Prelevammo alcuni rubli e tornammo sulla strada principale, dove avremmo dovuto prendere il pullman per Jasnaja Poljana. Col mio cappellino storto e il mio zainetto semivuoto. Leggemmo gli orari sulla banchina. Il cirillico Ciarlei lo capiva, e la lingua russa la masticava, aveva da poco iniziata a studiarla all’università. Mi piaceva da matti farmi insegnare quell’alfabeto nuovo e provare a decifrare le parole sulle insegne dei negozi e sui cartelloni pubblicitari.

Qualche minuto e un pulmino ci caricò.

Potevamo dirci vicini, poiché una signora anzianotta dai tratti gentili e dalla robusta cadenza russa ci disse che ci avrebbe indicato lei dove scendere; ce lo disse in quell’inglese che si comprende al volo perché, se anche non supportato da un buon lessico, rapisce per lo sforzo profuso dall’interlocutore. Lo si nota dagli occhi: se c’è la volontà di comunicare, si ingrossano e corrono all’impazzata.

La vecchietta ripeté varie volte il nome di Tolstoj, per sincerarsi che volessimo visitare il suo tempio: ogni volta che lo pronunciava facevamo sì con la testa al ritmo incandescente delle truppe napoleoniche messe in fuga dall’incendio di Mosca. Ordine del conte Rostopchin, dicono gli storici; Mosca bruciò perché così doveva andare, dice Tolstoj: una città di legno invasa dalla negligenza di truppe nemiche va a fuoco.

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Ed eravamo sul viale alberato, cioè una stradina fiancheggiata da una serie infinita di betulle, una striscia di cui non si indovina il termine, in cui infilarsi significa immergervisi.

Camminammo attraverso prati, superammo diverse costruzioni e poi laggiù in fondo ci accorgemmo che doveva essere lei, la residenza del conte apostata, con la sua camicia bianca e la sua barba azzurra, laggiù era stata istituita una scuola la cui retta era pari a zero, destinata ai figli di contadini poveri e senza alcun mezzo culturale, contro ogni convenzione, al di là di ogni ordine prestabilito, sotto colonne di meli piantati da Lev in persona. Laggiù amava rifocillarsi e rilassarsi la penna superba dell’uomo capace di disconoscere il valore assoluto di Guerra e pace e Anna Karenina.

Non ci restava che visitare Jasnaja Poljana ascoltando ciò che i libri in passato ci avevano detto e ciò che i nostri cuori avevano ora da sussurrarci.

Arrivammo al cancello d’ingresso per mano, innamorati, entusiasti, con il pieno di fotografie già scattate durante il tragitto che avrei, da allora, sempre ricordato così bene.

Tornati in Italia bisognava tornare a lavorare e a scrivere reclami per bollette della luce ingiustamente troppo salate; ma avremmo anche avuto il dovere morale di tappezzare le nostre pareti di immagini e di riempire le nostre giornate di parole scritte su carta da ingegni che quelle parole le avevano ponderate, perché questo significa imbattersi in un grande libro: incontrare la fatica di un altro.

La casa di Tolstoj è chiusa per pulizie l’ultimo Martedì di ogni mese.

Ed era proprio l’ultimo martedì di luglio. All’inizio restai incredulo, chiesi conferma a Ciarlei che a testa bassa annuì.

Arrivato dall’Italia apposta per fare visita a Lev Tolstoj – per fare visita a madre Russia, per la verità – eccomi là, di sasso. Dapprima fu smarrimento, poi uno sconforto abbozzato, dopodiché subentrò la rabbia, imprecazioni a denti e pugni stretti; e infine tornò lo sconforto, stavolta più profondo e letale. Dio, che amarezza. Quanto ero stato leggero a non informarmi.

Entrammo comunque, naturalmente. Si poteva fare il giro di tutta la tenuta e vedere la casa, quantomeno, da fuori.

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Un bel laghetto ci accolse, sulla nostra sinistra, dentro cui sbattevano le nubi di un cielo mesto, ma alto – così doveva essere il cielo, a Jasnaja Poljana: alto.

Ciarlei mi abbracciò più volte, dicendomi che nonostante tutto era un momento unico, dovevamo godercelo appieno. Aveva ragione.

Proseguimmo, vedemmo la casa dello scrittore più altri piccoli edifici, che nemmeno ricordo cosa fossero. Passammo tra alberi da frutta, in mezzo a panche, sedie, fiori.

Sinché notai un’indicazione: Tomba di Lev Tolstoj.

Scorato com’ero, mi era passata di mente la sua tomba. Voglio dire, non è che sapessi con certezza che lui fosse sepolto lì, ma lo potevo immaginare. In ogni modo, leggere quelle parole piantate a terra con tanto di freccia direzionale mi riempì di gioia.

Tenendoci per mano e scambiandoci sguardi colmi di un’aspettativa (che non si sa mai se sia bene o male riposta) simile a quella formatasi nel principe Andrej alla vista del sottile braccio nudo di Nataša durante il grande ballo di corte, prendemmo il sentierino che entrava nel fitto di un boschetto.

Raggi di luce a sprazzi cadevano fra le fronde, era un percorso verde, umido, mansueto. Non c’eravamo che noi. E io che mi immaginavo chissà quale folla. Forse le persone verificavano gli orari della tenuta prima di attraversare migliaia di chilometri.

A un certo punto Ciarlei notò un’escrescenza affiorare dall’erba. Come un brandello di suolo rialzato, ricoperto di ciuffi verdi uguali a quelli tutt’intorno. A forma di rettangolo, suppergiù. A forma di bara. Davvero era lì, che riposava il grande maestro? 

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Nessuna opera muraria, nessuna iscrizione funebre, nessuna lapide. Soltanto erba. In quel preciso istante, il fatto di non essermi informato a tal riguardo in precedenza mi sembrò una cosa bellissima. Ero contento che fosse stata una sorpresa. Contento di aver fatto quel percorso con l’eccitazione a mille in cerca dello scrittore che aveva radicalmente cambiato la mia visione del mondo e della storia.

Restammo lì seduti per un po’, scattammo un paio di fotografie con una macchina assai scadente, baciai l’erba, infine ce ne andammo.

E mi piace scommettere che quell’ultimo martedì di luglio la casa di Tolstoj fu tirata veramente a lucido.

Mostar, the Ottoman bridge over the turquoise river.

We got to Mostar in the morning, after a night incredible to say the least, during which we were protagonists of a series of contingencies:

  • Stray dogs rescue in Jajce, amongst ticks as big as marrowbones removed by our fingers from a puppy head;
  • Sudden abandonment of the hostel we were in Jajce and a 2 hours and a half ride until Sarajevo;
  • Research of Milena, a woman who looks after the Bosnian stray dogs, in an outlying neighborhood of Sarajevo, at 4:00 AM;
  • Puppies delivering to Milena, who, while telling us the terrible things that are happening in this country, starts weeping;
  • Research of the hotel we booked, that we couldn’t find, located on the top of a rise as steep as an elevator;
  • Awakening the following day with huge snow flakes that enfold the city;
  • I’m out of hard cash, as usual, and as usual I’m not allowed to pay by credit card, thus I gotta get to an atm: the Skoda Fabia I rented starts slipping on the snow and I almost hit a wall; I swear hard, as usual, and it takes me one hour to find an operating atm.
  • Departure to Mostar.

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The road which takes from Sarajevo to Mostar is wonderful, and that morning maybe even more, thanks to bridges whitewashed by snow blankets that were walking on emerald green rivers, at the foot of smooth silhouettes barely resembling mountains; across galleries and villages lying asleep, in a scenery made by pastel colors and minarets standing out as eternal lookouts.

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We ran along the Neretva, the beautiful turquoise river that springs upon Dinaric Alps and quite freezing flows until southern Dalmatia, whose banks were the setting of the driving out of the daring Axis Powers by Titus’ partisans.

Happy as a child, whenever I had the opportunity I stood still, in order to smell the atmosphere and to immortalize the image, so much enthusiastic that if someday I had to make this route again I would do it on foot, to fully enjoy the experience.

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Mostar was covered by a total grey, yet we found it amazingly charming. Founded by the Ottomans in the XV century, it came into the limelight during the ninety’s Yugoslav wars, as the Croatian troops, fighting against the Bosnian to seize the control of the city, blew the old stone bridge up. Later on, the bridge was accurately rebuilt and nowadays in its humpback connects the two banks of the river, and in summertime it gives place to a magical diving competition.

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We walked on and on and at some point I caught a glimpse of a cross on the top of a hill. I started asking around what was it about: some ignored my question, others answered annoyed as if to say “nothing special”; till the moment in which we found a guy who gave us an explanation. It is a symbolic monument, he said, a big cross built by the Croatian, as a challenge, years after the end of the conflict with the Bosnian. A kind of warning. From that hill, which is called Mount Hum, the Croatian militias shot mortars on Mostar, that down here, crossed by the greenish waters of the Neretva, was floundering about.

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Then he volunteered to take us up there, by his car; alone it is dangerous, he said, and on foot it would take a long time. A couple of minutes and we decided to go.

We got on a wrecked car in company with him and a friend of his, both toothless and fun; we were climbing up Mount Hum, at a slow pace, among hairpin turns and unforgiving dirt road; the car took slaps by the wind and the engine wheezed. Grass around the road was stippled by yellow and red warnings about the presence of antipersonnel mines still unexploded.

The driver said that someone, a bit afar, was observing us while climbing up: that mount was under tight surveillance.

See this hole in my head?, said, pointing at a stitched up wound where hair grow no more, and this other in my shoulder?, the Croatian made it.

Once, I remember, he went on, Izetbegovic told us to run, to go up the mount to kill the Croatian who did not stop to bomb us. But after we indeed had killed them all, from the headquarters they called us again and said the mission was canceled, because they signed the peace agreements.

He carried on cursing at his chiefs, and at war, and at all to this day he still drags with himself.

We made it to the summit, at the foot of the cross, and before letting us get off the car to enjoy that weird overview – a mount injected by some thunderous wind’s grim blasts, and speckled by yellow and red cautions, as a memento of a near past – he added:

This is Bosnia-Erzegovina, guys. Here we’re all mad.

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Mostar, il ponte ottomano sul fiume turchese.

A Mostar eravamo arrivati di mattina, dopo una notte a dir poco rocambolesca, che ci aveva visti protagonisti nell’ordine di:

  • Recupero cani randagi a Jajce, tra zecche grosse come ossobuchi levate con le dita dalla testa di un cucciolo;

  • Abbandono improvviso dell’ostello di Jajce e viaggio in macchina fino a Sarajevo (2 ore e mezza);

  • Ricerca di Milena, una donna che si prende cura dei randagi della Bosnia-Erzegovina, in un quartiere periferico di Sarajevo, alle quattro di notte, tra palazzoni e vicoli sinistri;

  • Consegna dei cuccioli a Milena, che mentre ci racconta le cose orribili che accadono in questo paese, scoppia a piangere;

  • Ricerca dell’hotel prenotato, introvabile, situato sulla cima di una salita ripida come un ascensore;

  • Risveglio l’indomani mattina con fiocchi di neve giganti che ammantano la città;

  • Non ho contanti, come sempre, e come sempre non accettano altri metodi di pagamento; quindi devo andare a prelevare: la Skoda Fabia noleggiata inizia a slittare sulla neve e per poco non cilindro un muro; smadonno, come sempre, e ci metto un’ora a trovare un bancomat funzionante;

  • Partenza per Mostar.

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La strada che conduce da Sarajevo a Mostar è spettacolare, e quella mattina, forse, lo era ancora di più, in virtù del fatto che ponti imbiancati da coltri di neve camminavano su fiumi verde smeraldo, ai piedi di montagne dai contorni morbidi; attraverso gallerie e paesini dormienti, tra colori pastello e minareti stagliati a mo’ di vedette imperiture.

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Costeggiavamo la Neretva, lo splendido fiume turchese che nasce sulle Alpi Dinariche e scorre gelido fino alla Dalmazia meridionale, sulle sponde del quale i partigiani di Tito cacciarono le baldanzose armate dell’Asse. Felice come un bambino, mi fermavo ogni volta che potevo, per annusare l’atmosfera e immortalare l’immagine, talmente entusiasta che dovessi rifare quel tragitto lo farei a piedi, per godermelo appieno.

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Mostar era coperta da un grigio totale, ma anche così manteneva il suo fascino incrollabile. Fondata dagli ottomani nel XV secolo, era salita alla ribalta internazionale durante il conflitto jugoslavo dei primi anni ’90, quando le truppe croate, in lotta coi bosniaci per il controllo della città, avevano fatto saltare il ponte in pietra della città vecchia. In seguito il ponte fu fedelmente ricostruito e oggi con la sua schiena d’asino collega le due sponde, dando luogo, in estate, a una incredibile gara di tuffi.

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Camminammo a lungo e a un certo punto intravidi una croce in cima a una collina. Iniziai a chiedere in giro cosa fosse: alcuni ignoravano la mia domanda, altri rispondevano scocciati come a voler dire “niente di importante”; finché trovammo un tizio che ci spiegò. Si trattava di un monumento simbolico, una grande croce eretta dai croati, come sfida, anni dopo la fine delle ostilità con i bosniaci. Una sorta di monito, ci disse. Da lassù le milizie croate sparavano colpi di mortaio su Mostar, che qua sotto, attraversata dalle verdi acque della Neretva, si dimenava.

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Poi si offrì di portarci lassù, in macchina; da soli è pericoloso, disse, e a piedi ci mettete un sacco di tempo. Un paio di minuti e ci risolvemmo ad andare.

Salimmo su una macchina scassata in compagnia del tizio e di un suo amico, entrambi sdentati e simpatici; ci arrampicavamo a rilento sul monte Hum, tra tornanti ripidi e sterrato inclemente; la macchina prendeva ceffoni dal vento e il motore rantolava. L’erbaccia intorno alla strada era punteggiata di segnalazioni gialle e rosse, che indicavano la presenza di mine antiuomo ancora inesplose.

Il tizio alla guida disse che qualcuno, poco distante, ci osservava mentre salivamo: quel monte era sotto stretta sorveglianza.

Vedete questo buco in testa?, fece, indicandoci una ferita suturata dove capelli non ne crescevano più, e quest’altro sulla spalla?, me li hanno fatti i croati.

Una volta, me lo ricordo benissimo, continuò, Izetbegovic ci disse di correre, di salire sul monte e di ammazzare i croati che non smettevano di bombardarci. Ma dopo che effettivamente li avevamo uccisi tutti, ci richiamarono dal quartier generale e ci dissero che la missione era annullata, perché avevano firmato gli accordi di pace.

Seguitava a maledire i suoi superiori, e la guerra, e tutto ciò che ancora oggi si trascina con sé.

Arrivammo in cima, ai piedi della croce, e prima di farci scendere dall’auto per osservare quel panorama strano, un monte iniettato di folate lugubri di vento assordante, e macchiettato di avvertimenti gialli e rossi, a memento di un passato vicino, soggiunse:

Questa è la Bosnia-Erzegovina, ragazzi. Qua sono tutti matti.

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But I swear I can’t stand those who have no dreams.

It was March.

Iceland has been cuddling us for two days. Departing from Selfoss, we had arrived near Vik in the afternoon, on a Suzuki Jimny with the burden of 230.000 kilometres on its shoulders.

Dyrhòlaey promontory was just there, a few kilometres away, in its black lava castings overlooking the sea, the back covered North by the Myrdalsjokull glacier, somewhere back there in the thick haze, and the waves, white as whisked albumen, trying hard to scramble up the basalt beach, dark as oil, impossible beholding its end.

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We would enjoy all this the next morning, for that afternoon nothing could be seen, a thunderstorm was expected, it had started sleeting, a whirling wind raised in the air gray dull water bubbles.

Moving forward somehow, by the sole aid of a rough lane markings and above all, letting the outline of a house in the distance show us at least the right direction, we finally got to the destination: a white guesthouse, immersed in a plumbeous soot that was lying on the whole promontory, few kilometres away from Vik, the nearest town.

The guesthouse owner welcomed us in, however she said there was no way to pay by credit card. Cash only, which I of course was not provided of (someday I will count all the annoyances I had ever to run across because of this peculiarity of mine, and then perhaps I’ll quit).

The Hansel and Gretel house, that is how I had always imagined it must be. Snow white, a staircase leading upstairs, where there was our room, while on the ground floor there was the kitchen, a nice table in the middle and couches next to a big glass window that overlooked the Icelandic moor. That coziness sounded as though competent hands made it.

We fixed ourselves up. Ciarlei was not in a good shape, perhaps a little of fever. We’ve been grasping cold by a truckload throughout the day. We were out of food, out of cash (and I was just told we could not pay the morning after, because noone would have been there), gasoline was barely enough to make fifty kilometres. In short, I did not have any choice, I had to hop on the car and go to Vik. Ciarlei would stay under the blankets, to get a bit better.

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Never before nor after in my lifetime I happened to experience such a perception, which was worry, real worry to get behind the wheel of a vehicle. Weather conditions were awful, and forecasts even worse.

A couple of minutes after departing it started snowing, but nobody seemed to care that much, maybe for the road was totally empty. I met no cars. Never exceeded 30 km/h, every kilometre stacked up gave me hope, although had no idea how far was Vik, because my mobile was dead and I didn’t have gps of sort. Road signs, who knows?

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On the other hand, there was Francesco Guccini, to me, the greatest Italian songwriter; but there was neither him in person nor his songs, there was rather Cirano, the song, Cirano and that’s it, a live version in which the public erupts in a moved shout-out as the verse ‘cause my Roxanne is beautiful, but alas!, we’re so different pops up.

The Jimny struggled to stay upright; continuous gusts of wind and piles of soaked snow bloomed on ice sheets acted as gigantic enemies. My phone turned itself off, hence if anything happened I would be fucked up; I was really scared, but at the same time I didn’t feel alone, and I was sure nothing bad could occurr to me, maybe because in that very moment I was participating in the outstanding beauty of Cirano, I wasn’t a mere listener, I got indignant along with him whilst he urged vacuous people to come forth, I sympathized with his solitude expressed by the addition of his nose stuck to his own feet and his inability to love, I felt as mine his hope of a moral freeing, ‘cause it must be a place in Heaven or on Earth where we any more won’t suffer and all it will be right.

The road now (really?) started to climb, hairpin turns cropped up and the landscape, at least what I could imagine of it, instead of soothing became rough: all along dusky and unexpected elevations. The Guccini’s pasty voice restarted announcing Cirano to the public, for the sixth or seventh time, I wouldn’t know.

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Finally some lights appeared in the distance. Vik lay down in the middle of nothing, and just imagine!, I thought it was big, whereas it is composed by a hundreds of buildings and the main road. The gas station, first. I got off the Jimny and I nearly bit the dust (well, the snow would be more appropriate); wind meanwhile had become unmanageable and snow, or rain or wathever it might be, had begun to cut athwart the air, so that keeping the eyes open turned out to be a big challenge. I tried to fill up the tank by myself but the pump wasn’t long enough, well, I didn’t find the strength necessary to get it reach the pipe union: I was relentlessly pushed back by this frightful Icelandic entity, and the more I swore, the more it raged.

Shortly after I gave up and I went in the shop asking the worker to help me. He addressed me an expression full of amazement, as pure as the woods’ silence as the snow falls. I saw my face in a mirror: it was purple; and it was trickling.
I fared well, eventually: the tank crammed by gasoline, money withdrawn at the atm, creepy pasta, carrots and mushrooms bought at a shop.

However, now I had to undertake the way back. And it got dark, amongst the other details. I couldn’t but get back to that white little wooden house, Ciarlei was waiting for me, and she felt sick.

I should not give up and resign to my Badness, you only can save me, you only and I do write it.

Cirano was still there, always the same but a bit louder, in order to get me focus on the void which wrapped me up while I advanced in the snowswirl, the Jimny’s windscreen wipers hobbling, short of breath.

Suddenly I felt at home. A wellness sensation occupied me, with packaged the hint that I was in the proper place, and that all around there, somehow, belonged to me.

Laugh not, I beg you, laugh not at my Words, For I am only a Shadow, and you are the Sun, Roxanne! – then in a moved tune he said my sweetest lady, and the public went into raptures, eagerly awaiting the final verses, which confirmed the definitive redemption that Cirano achieves from the slavery of his ineptitude.

Much faster than expected I identified the detour towards home. I looked forward to park the car and to hammer my boots in the icy snow, shopping bags in my hands, enjoying the remains of the day, sun was still somewhere in the world, after all.

For ever your Cirano.

I took off my shoes and I went upstairs, Ciarlei was sleeping all snug and warm, and I, dreaming as a poor cadet of Gascony, looked out of the window.

Però non la sopporto la gente che non sogna.

Era marzo.

L’Islanda ci aveva accolti da un paio di giorni. Da Selfoss eravamo arrivati nei pressi di Vik nel pomeriggio, a bordo di un Suzuki Jimny con 230.000 km sul groppone.

Il promontorio di Dyrhòlaey era lì, poco distante, nelle sue colate di lava nera a picco sul mare, le spalle coperte a nord dal ghiacciao Myrdalsjokull, da qualche parte là dietro nella foschia densa, e le onde, bianche che pareva albume d’uovo sbattuto, nel tentativo tenace di arrampicarsi sulla spiaggia di basalto, scura come il petrolio, impossibile scorgerne la fine.

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Tutto questo l’avremmo visto il mattino dopo. Quel pomeriggio non si vedeva nulla, era prevista una tempesta, il vento turbinava levando nell’aria bolle grigie di acquolina opaca.

Avanzando chissà come, con il mero ausilio di un’approssimativa segnaletica orizzontale e soprattutto, lasciando che i contorni di una casa in lontananza ci mostrassero se non altro la giusta direzione, arrivammo a destinazione. Una guesthouse bianca, sommersa nella fuliggine di piombo che si stendeva sul promontorio intero, a qualche chilometro da Vik, la cittadina più vicina.

La proprietaria della guesthouse ci diede il benvenuto salvo dirci che non c’era modo di pagare con carte di credito. Soltanto cash. Che io ovviamente non avevo (un giorno farò la conta di tutti i disagi che questa peculiarità mi ha causato e allora forse la smetterò).

La casa di Hansel e Gretel me l’ero sempre immaginata così. Candida, una scalinata conduceva al piano di sopra, dov’era la nostra camera, e al piano terra c’era la cucina, con un bel tavolo nel mezzo e i divani accanto a una grande vetrata che dava sulla brughiera islandese. Il tepore appariva disegnato da mani capaci.

Ci sistemammo. Ciarlei stava poco bene, forse aveva un po’ di febbre. Freddo ne avevamo raccolto a palate. Non avevamo cibo, non avevamo contanti (e mi era stato detto che non potevamo pagare la mattina dopo, poiché non ci sarebbe stato nessuno), la benzina bastava sì e no per cinquanta chilometri. Insomma non avevo scelta, dovevo salire in macchina e andare a Vik. Ciarlei sarebbe rimasta sotto le coperte, a rimettersi in sesto.

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Mai prima né dopo in vita mia provai una sensazione come quella, cioè di timore, timore vero, nel mettermi alla guida. Le condizioni meteo erano davvero proibitive. E le previsioni di qualsiasi sito promettevano peggioramenti atroci nel giro di una mezzora.

Un paio di minuti dopo essere partito cominciò a nevicare, ma sembrava non importare granché, poiché la strada era totalmente sgombra. Non incontrai nemmeno una macchina. Non superai mai i trenta all’ora, ogni chilometro macinato mi dava speranza, ma non sapevo quanto distasse Vik, poiché il cellulare era scarico e non avevo navigatori di sorta. Indicazioni, non saprei dire se ce ne fossero.

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Però c’era Guccini, con me, non lui in persona, e nemmeno le sue canzoni, c’era Cirano, c’era Cirano e basta, in una versione live, in cui il pubblico grida di commozione quando vien fuori il verso perché Rossana è bella, siamo così diversi.

Il Jimny faticava a restare dritto; continue raffiche e cumuli di neve fradicia fioriti su lastre di ghiaccio ci si mettevano di traverso. Il telefono era spento, perciò se succedeva qualcosa ero fottuto; davvero ebbi paura, ma è altrettanto vero che in qualche modo non mi sentivo solo, ed ero convinto che non potesse succedermi alcunché, poiché in quel momento partecipavo alla straordinaria bellezza di Cirano, non ne ero un mero uditore, mi indignavo insieme a lui mentre invocava la gente vuota perché si facesse avanti, fraternizzavo con la solitudine formulata dall’addizione del suo naso al piede e la sua impossibilità di amare, sentivo mia la sua speranza di riscatto, perché dev’esserci in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto.

La strada, addirittura, saliva, adesso, spuntavano i tornanti e il paesaggio, quel che ne si indovinava almeno, anziché addolcirsi andava irruvidendosi, con rilievi bruni e inaspettati. Il vocione smorto di Guccini ricominciava ad annunciare al pubblico il Cirano, per la sesta o settima volta, non saprei dire.

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Finalmente comparvero delle luci, in lontananza. Era Vik, e io che me la immaginavo grande!, quando invece si componeva di un centinaio di case e una via principale. Il benzinaio, prima cosa. Scesi dal Jimny e per poco non caddi a terra; il vento si era fatto ingestibile e inoltre la neve, o la pioggia, o quel che era, aveva preso a fendere l’aria trasversalmente, così tenere gli occhi aperti risultava impresa ardua. Provai a fare rifornimento da solo, ma la pompa della benzina non arrivava al bocchettone, cioè, non avevo la forza necessaria per far sì che ci arrivasse. Ero continuamente sospinto all’indietro, e più smadonnavo più questa spaventosa entità islandese si accaniva.

Dopo poco desistetti ed entrai a chiedere soccorso al ragazzo che stava al bancone. Mi rivolse uno sguardo di stupore puro come il silenzio dei boschi quando cade la neve. Vidi la mia faccia in uno specchio: era viola; e gocciolava.

Ne uscii vincente, infine: serbatoio zeppo di benzina, soldi prelevati allo sportello, pastaccia carote e funghi comperati in un negozietto.

Ora però mi attendeva il ritorno. E si era fatto buio, tra gli altri dettagli. Dovevo per forza tornare a quella bianca casetta di legno, Ciarlei mi aspettava, e non era in forma.

Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo.

Cirano non era cambiato di una virgola, solo il volume della voce si era fatto più stentoreo, per evitare che mi focalizzassi sul niente che mi avvolgeva mentre avanzavo nel turbine di neve, coi tergicristalli del Jimny che arrancavano, col fiatone.

A un tratto mi sentii a casa. Una sensazione di benessere mi invase, con impacchettato il suggerimento che mi trovassi nel posto giusto, e che tutto ciò che stava lì intorno, in qualche maniera, mi appartenesse.

Non ridere ti prego, di queste mie parole… io sono solo un’ombra, e tu Rossana il sole! – poi con voce commossa diceva dolcissima signora, e il pubblico andava in visibilio, in trepidante attesa dei versi finali, che sancivano finalmente l’affrancamento di Cirano dalla schiavitù dell’inadeguatezza.

Molto più in fretta di quanto mi aspettassi riconobbi la deviazione verso casa. Non vedevo l’ora di parcheggiare il Jimny e piantare gli scarponi nella neve ghiacciata, con le borse della spesa in mano, a godermi quel che restava del giorno, il sole d’altronde c’era ancora, da qualche parte nel mondo.

Per sempre tuo Cirano.

Mi levai le scarpe e salii le scale, Ciarlei dormiva al caldo sotto le coperte, io sognando come un cadetto di Guascogna guardai fuori dalla finestra.