L’autobus correva nella notte da La Paz a Uyuni, attraverso gli altipiani boliviani. Dormivamo della grossa, avvolti da una coperta di lana e appoggiati a un cuscino gonfiabile.
A un tratto fummo svegliati dall’autista, che ci intimò di scendere. Un’occhiata fuori dal finestrino: era buio pesto. “Ma dove dobbiamo andare?” chiesi col mio spagnolo arrabattato. In risposta mi beccai parole sparate rapidissime, quasi con rabbia, al che capimmo che la situazione doveva essere seria.
Nessuno sapeva nulla. Domandavamo ad altri turisti, con gli occhi ancora stropicciati dal sonno; nessuno pareva aver capito, nemmeno chi lo spagnolo lo parlava a menadito. Scendemmo dall’autobus e bam!, un freddo cane. Eravamo nel deserto, di notte, a 4.000 metri di altitudine.
Ci lasciarono sulla strada e ripartirono; a questo punto non ci vidi più: mi misi a correre e mi aggrappai al braccio dell’autista che stava per richiudere la portiera dell’autobus, mi ci aggrappai e gli chiesi più volte, scandendo le parole che mi ero fatto suggerire, dove cazzo stessero andando e soprattutto cosa noi dovessimo fare. Il canaglia fece finta di non capirmi, finché, sfinito, non gli sbattei la porta addosso, con tutta la forza che avevo. Voleva scendere e affrontarmi a muso duro, ma lo fermarono, e il bus proseguì.
Nel frattempo alcune informazioni erano spuntate: più avanti c’era un blocco stradale imposto da un gruppo di operai che avevano organizzato uno sciopero. Si trattava dei minatori di Uyuni, i quali rivendicavano condizioni lavorative migliori già da mesi, ed erano in lotta col governo.
Camminando più velocemente possibile, per raggiungere una qualsiasi meta e per dimenticarci del freddo che mordeva, passammo accanto al blocco: diverse macchine erano parcheggiate di traverso alla strada, un gruppetto di persone stava seduto intorno a fuocherelli appiccati che illuminavano il cielo.
Dopo un altro centinaio di metri percorsi in totale silenzio, avvistammo un autobus. Capimmo che era un tizio che gentilmente era tornato a prendere un po’ di persone, ma non era grande a sufficienza per tutti; ci salimmo subito e riaffondammo sotto le coperte, infreddoliti e innervositi.
Alle prime luci dell’alba arrivammo a Uyuni, una cittadina triste, di casette basse, con un paio di mercati e un sacco di polvere. Andammo all’agenzia con cui avevamo comprato il tour nel Salar – la distesa di sale più grande al mondo. Il costo era molto più basso rispetto alla media, naturalmente.
Prendemmo un lungo caffè nero e aspettammo seduti nella polvere. Dopo un’ora o giù di lì arrivò il nostro autista: Lucho, un tizio grassoccio col faccione simpatico, in testa un berretto da combattimento.
Salimmo sul suo fuoristrada e passammo a prendere altre due ragazze: una brasiliana che se ne andava in giro per il Sud America a suonare l’ukulele e una diplomatica polacca che lavorava stabilmente a Lima. A quest’ultima bastarono un paio di minuti per iniziare a punzecchiarsi con Lucho, il quale a detta di lei dava risposte approssimative, parlava male lo spagnolo e guidava a minchia.
A noi invece Luchone stava un sacco simpatico. Andava parecchio più piano rispetto agli altri fuoristrada, e continuava a ripetere tranquilo, no hay prisa. Isabela la polacca montava di furore a ogni sua parola.
All’improvviso vedemmo le macchine davanti a noi accelerare di brutto, sgommando sullo sterrato. Un gruppo di persone le inseguivano lanciandogli sassi addosso. Bomber Lucho provò anche lui ad accelerare, ovviamente in netto ritardo rispetto agli altri, così che un tizio, correndo, ci raggiunse, e una volta di fronte a noi scagliò con violenza una pietra enorme sul nostro parabrezza; ci abbassammo tutti, spaventati, mentre Lucho continuava a schiacciare il pedale dell’acceleratore.
Il parabrezza era frantumato, Lucho si girò per sincerarsi che stessimo bene: noi sì, ma a lui era finita una scheggia di vetro nell’occhio, il quale era gonfio e arrossato. Isabela lo insultava, noi lo tranquillizzavamo. Era profondamente scosso, gli veniva da piangere. Erano stati gli stessi scioperanti della notte prima, quelli in lotta col governo.
Gli consigliammo di tornare a Uyuni e di andare in ospedale, per noi non c’era problema, avremmo preso un altro autista. Lucho rispose che aveva bisogno di lavorare e che, se fossimo tornati indietro, il suo capo non gliel’avrebbe fatta passare liscia.
Parlammo di democrazia e di diritti, mentre il bianco del Salar, come un magma compassato, si arrampicava verso il cielo, inondandolo di bianco.
Eravamo lì, correvamo a bordo di un fuoristrada sulla sconfinata distesa di sale, accecati dal candore, senza capire come ci si potesse orientare, in mezzo a quella straordinaria omogeneità.

Ci fermammo per pranzare: pollo, riso e banane. Immancabile la battuta è insipido, ci volete un po’ di sale?, come immancabili le foto che scherzano con la prospettiva e quelle che ritraggono salti di gioia con contrasti da urlo.

Poi ripartimmo, ma dopo alcuni istanti ci accorgemmo di un liquido che colava sul parabrezza. L’odore era inconfondibile: gasolio. Lucio disse che probabilmente la tanica legata sul tettuccio si era bucata: senza dubbio, rispondemmo noi. Quindi ci fermammo di nuovo. Lucho fece un paio di chiamate dalle quali si evinceva quanto non fosse un mago di problem solving. Alla fine rappezzò la tanica alla buona e via.

Facemmo un’altra sosta sull’Isla Incahuasi, una specie di collinetta popolata di cactus nel bel mezzo dell’oceano di sale.

Man mano scendeva il freddo: trascorremmo la notte in un ostello costruito col sale, l’indomani ci attendevano meraviglie di ogni tipo.
La “Reserva nacional de fauna andina Eduardo Avaroa” era un concentrato di montagne colorate, lagune, deserti.

Fenicotteri rosa alla Laguna Canapa.

Lama alla Laguna Blanca.

Nuvole dai contorni fatti a matita a 5.000 metri sul livello del mare.

Il rosso fuoco della Laguna Colorada.

L’ultima notte il povero Lucho in arte Paolino Paperino la trascorse sdraiato sotto il suo fuoristrada, a cercare di aggiustare chissà che cosa, con il supporto di una pila frontale che gli avevamo prestato.
Finché, superati i geyser e il deserto Salvador Dali, giungemmo al confine col Cile, lasciammo la brasiliana con l’ukulele che avrebbe da lì proseguito la sua avventura, e tornammo indietro, con l’occhio di Lucho ormai viola, il fuoristrada che avanzava sempre più lentamente, sempre più scassato, e la polacca che non si dava pace, ché aveva un volo a Uyuni e non poteva perderlo.
Dopo un po’, stufo di quelle lamentele, Lucho fermò un altro fuoristrada, che andava molto più veloce, e chiese all’autista di caricarsi Isabela, con la scusa che così sarebbe arrivata in tempo per il volo. Il tizio accettò, salutammo Isabela e Lucho, appena risalito a bordo, con un sospiro di gran sollievo esclamò: Ella es loca!
Dopodiché riavviò la macchina e ripartì, ai venti chilometri all’ora, tra cigolii e pezzi che man mano si staccavano, col cappellino in testa e gli zigomi sugosi sollevati dal sorriso. D’altronde il sole stava levandosi.
