Il ponte sulla Drina

La Skoda Fabia bianca presa a noleggio aveva da poco cominciato a inerpicarsi su per una delle strade con più tornanti al mondo: quella che conduce da Kotor a Cetinje, la vecchia capitale del Regno del Montenegro. Il golfo di Kotor, mentre salivamo, riposava laggiù, tra i promontori verdissimi.

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Mi fermai non so quante volte, in prossimità della curva, convinto che quattro frecce bastassero a giustificare il fatto che fossi sceso dalla macchina correndo verso il precipizio per scattare una foto.

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Il cielo era terso, splendeva il sole e la temperatura era quasi mite. A un certo punto, una decina di minuti dopo, arrivammo in cima alla montagna e gettammo lo sguardo sull’altro versante: la strada, gli alberi, tutto era ricoperto di neve. Nemmeno il tempo di affrontare il primo tornante in discesa, che prese a nevicare; mai avevo visto le condizioni meteorologiche cambiare in modo tanto repentino (soltanto perché non ero ancora stato a Reykjavik).

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La guida si fece più lenta e compassata: ma la nostra macchina era attrezzata per la neve?

Attraversammo Cettigne, sede delle ambasciate delle potenze europee dell’Ottocento, e poi tornammo a calarci giù dalla montagna, piegando la Skoda su curve che, senza più neve, mi obbligavano a sollecitare i freni innumerevoli volte. Finché sentimmo uno stridio, come se la porta di una segreta a picco sul mare stesse spalancandosi. Rallentai, ma quello cresceva, ed era insopportabile: qui ho spaccato tutto, mi dissi.

Scendemmo dall’auto, nei pressi di un tornante, in mezzo al nulla, dentro una valle montenegrina. La ruota anteriore sinistra fumava. Così, da ignorante totale, presi una bottiglia d’acqua e gliela versai sopra. Quello che prima era un filo impercettibile si trasformò nella fumata bianca papale. Eravamo certi che stesse per esplodere o qualcosa del genere. Ci allontanammo finché non smise di fumare.

Adesso però come ci arrivavamo a Višegrad, nell’Erzegovina, a 260 chilometri da lì?

Oltretutto eravamo su una strada semi-deserta, nessuno sembrava interessato a percorrerla. Dopo una decina di minuti avvistammo la prima macchina scendere dal versante, la fermammo: erano due russi, non capivano un’acca, né della nostra lingua né di meccanica. Grazie arrivederci. Poi fu il turno di un orientale, con gli occhiali, rise scuotendo la testa e risalì sulla vettura.

Poi un pandino, o una specie, con a bordo quattro omoni. Accostarono e cominciai ad affaccendarmi nella consueta pantomima, gesti, versi, mimi, indicazioni, parole, speravo, dal significante più o meno universale. Eppure parvero capirmi. Mi dissero, cioè, mi lasciarono intendere che il problema consisteva nel fatto che avevo abusato dei freni, per ore e ore consecutive, senza mai fermarmi, e con il cambio drastico di temperatura era successo quel che era successo; così loro ora dovevano mettersi alla guida del nostro veicolo, per valutarne la guidabilità, mentre io e Ciarlei saremmo saliti sul pandino in compagnia di uno di loro.

Mi figurai la scena di noi due buttati fuori dalla macchina mentre gli altri si portavano via la Skoda. I quattro montenegrini, frattanto, parevano divertirsi. Si guardavano dagli specchietti, ridevano e si scambiavano strombazzate di clacson.

Fino a quando ci fermammo e mi comunicarono a modo loro che potevo guidare, a patto di usare quasi solo freno motore, senza più schiacciare il pedale.

Più competenti e gentili di così non potevamo trovarne. Che botta di culo.

Rasserenati riprendemmo a goderci il panorama, a braccetto con l’incontestabile punta di diamante della colonna sonora del nostro viaggio: If you tolerate this your children will be next- convinti che la canzone parlasse delle guerre jugoslave, quando invece si ispira alla guerra civile spagnola.

In lontananza iniziava a intravedersi Rijeka Crnojevica, un paesino splendido tagliato in due da un vecchio ponte ottomano in pietra – anticipazione del suo magnifico fratello maggiore che incontreremo a Višegrad.

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Ci fermammo a mangiare sul fiume, poco distanti dal lago di Scutari, al confine con l’Albania. Contenti di avere incontrato delle brave persone. Ci attendevano soltanto 200 chilometri (di cui buona parte su una delle strade che registra il più alto numero di incidenti al mondo, tra gallerie scavate in modo grezzo dentro la montagna, senza illuminazione, dove i numeri di telefono dei carroattrezzi – AUTOSLEP- sono segnati sulle rocce con bombolette spray colorate, casomai servissero a qualcuno) durante i quali avrei dovuto seguire indicazioni inesistenti su strade dissestate senza schiacciare il piede sul freno. E stava per imbrunire.

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Pavlova strana, il verdissimo guscio di testuggine, riposava accerchiato dall’ansa del fiume Crnojevic.

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Il caos di Podgorica, deviazioni improvvisate, le infinite file di camion incolonnati su per le montagne che comparivano come difensori di una porta ancora inviolata.

D’improvviso era quindi scesa l’oscurità assoluta della Repubblica Srpska, legittimata da una dogana raffazzonata con sedie sgangherate e guardiole cadenti, retaggio di accordi altrettanto racconciati, lontani nel tempo, firmati chissà dove nell’Ohio. Una stradina scavata in una vegetazione fitta, curve a gomito e saliscendi; manco una luce, fatta eccezione per l’azzurrognolo impassibile e impassabile della nebbia. Si cantava – Bullets for your brain today but we’ll forget it all again –, si sperava di arrivare, e di non aver sbagliato direzione.

A Višegrad erano avvenuti i primi massacri ai danni dei bosgnacchi, nella primavera del ’92, tremila persone assassinate, tre anni prima di Srebrenica.

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Il navigatore era impazzito, d’indicazioni non se ne aveva traccia da chissà quanti chilometri; ma il ricordo delle parole di Ivo Andrić, il suo stile immaginifico da pittore più che da scrittore, mi sospingeva in avanti scongiurando il pericolo di farmi desistere dal pedale dell’acceleratore. Cominciò la pioggia. E le luci di Višegrad infine spuntarono; fioche: davvero scorreva la Drina, laggiù? Davvero il ponte di pietra ottomana ne univa le sponde? Abidaga, il turco folle, mi tornò in mente con la sua mania d’impalare poveri disgraziati sul ponte – il ponte sulla Drina, il Mehmed Paša Sokolović, sul quale le truppe serbe portavano uomini, donne e bambini per ucciderli e buttarli nel fiume, tristi, remoti epigoni di Abidaga.

Then your children will be next, will be next, will be next.

Il ponte, il ponte: ma dove diavolo era? Case, viuzze, incroci. Non si arrivava più. Finché, oltre i baccanali cui un gruppo di vecchietti si dedicava fuori da un bar, comparve l’Hotel Višegrad; di cui avevo tanto letto. Dava proprio sul ponte, sapevo; eppure, anche a voler trafiggere con gli occhi i grandi proiettili di pioggia che venivano giù verticali, non lo vedevo. Entrammo, e volli a quel punto indugiare: sistemare con calma i bagagli, salire lento le scale, discorrere del più e del meno; senza più badare al ponte. Infine, consunto dall’aspettativa, chiesi a un inserviente: “Excuse me, where is the bridge?”. Mi guardò perplesso. “Well, it is just here.” disse indicando il retro dell’hotel. Mi ci precipitai, nella pioggia senza ombrello. E finalmente lo vidi.

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Avvolto nella bruma e limato dall’acqua, immerso nel buio stava là, immenso e silenzioso, il ponte sulla Drina. Mi soffermai sui piloni conficcati nel fiume, le cui pietre mi parvero pagine. Mi resi conto allora che quello portato a termine da Ivo Andrić era un duplice miracolo: aveva trasformato un libro in un ponte, e un ponte in un libro.

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Mostar, the Ottoman bridge over the turquoise river.

We got to Mostar in the morning, after a night incredible to say the least, during which we were protagonists of a series of contingencies:

  • Stray dogs rescue in Jajce, amongst ticks as big as marrowbones removed by our fingers from a puppy head;
  • Sudden abandonment of the hostel we were in Jajce and a 2 hours and a half ride until Sarajevo;
  • Research of Milena, a woman who looks after the Bosnian stray dogs, in an outlying neighborhood of Sarajevo, at 4:00 AM;
  • Puppies delivering to Milena, who, while telling us the terrible things that are happening in this country, starts weeping;
  • Research of the hotel we booked, that we couldn’t find, located on the top of a rise as steep as an elevator;
  • Awakening the following day with huge snow flakes that enfold the city;
  • I’m out of hard cash, as usual, and as usual I’m not allowed to pay by credit card, thus I gotta get to an atm: the Skoda Fabia I rented starts slipping on the snow and I almost hit a wall; I swear hard, as usual, and it takes me one hour to find an operating atm.
  • Departure to Mostar.

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The road which takes from Sarajevo to Mostar is wonderful, and that morning maybe even more, thanks to bridges whitewashed by snow blankets that were walking on emerald green rivers, at the foot of smooth silhouettes barely resembling mountains; across galleries and villages lying asleep, in a scenery made by pastel colors and minarets standing out as eternal lookouts.

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We ran along the Neretva, the beautiful turquoise river that springs upon Dinaric Alps and quite freezing flows until southern Dalmatia, whose banks were the setting of the driving out of the daring Axis Powers by Titus’ partisans.

Happy as a child, whenever I had the opportunity I stood still, in order to smell the atmosphere and to immortalize the image, so much enthusiastic that if someday I had to make this route again I would do it on foot, to fully enjoy the experience.

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Mostar was covered by a total grey, yet we found it amazingly charming. Founded by the Ottomans in the XV century, it came into the limelight during the ninety’s Yugoslav wars, as the Croatian troops, fighting against the Bosnian to seize the control of the city, blew the old stone bridge up. Later on, the bridge was accurately rebuilt and nowadays in its humpback connects the two banks of the river, and in summertime it gives place to a magical diving competition.

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We walked on and on and at some point I caught a glimpse of a cross on the top of a hill. I started asking around what was it about: some ignored my question, others answered annoyed as if to say “nothing special”; till the moment in which we found a guy who gave us an explanation. It is a symbolic monument, he said, a big cross built by the Croatian, as a challenge, years after the end of the conflict with the Bosnian. A kind of warning. From that hill, which is called Mount Hum, the Croatian militias shot mortars on Mostar, that down here, crossed by the greenish waters of the Neretva, was floundering about.

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Then he volunteered to take us up there, by his car; alone it is dangerous, he said, and on foot it would take a long time. A couple of minutes and we decided to go.

We got on a wrecked car in company with him and a friend of his, both toothless and fun; we were climbing up Mount Hum, at a slow pace, among hairpin turns and unforgiving dirt road; the car took slaps by the wind and the engine wheezed. Grass around the road was stippled by yellow and red warnings about the presence of antipersonnel mines still unexploded.

The driver said that someone, a bit afar, was observing us while climbing up: that mount was under tight surveillance.

See this hole in my head?, said, pointing at a stitched up wound where hair grow no more, and this other in my shoulder?, the Croatian made it.

Once, I remember, he went on, Izetbegovic told us to run, to go up the mount to kill the Croatian who did not stop to bomb us. But after we indeed had killed them all, from the headquarters they called us again and said the mission was canceled, because they signed the peace agreements.

He carried on cursing at his chiefs, and at war, and at all to this day he still drags with himself.

We made it to the summit, at the foot of the cross, and before letting us get off the car to enjoy that weird overview – a mount injected by some thunderous wind’s grim blasts, and speckled by yellow and red cautions, as a memento of a near past – he added:

This is Bosnia-Erzegovina, guys. Here we’re all mad.

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Mostar, il ponte ottomano sul fiume turchese.

A Mostar eravamo arrivati di mattina, dopo una notte a dir poco rocambolesca, che ci aveva visti protagonisti nell’ordine di:

  • Recupero cani randagi a Jajce, tra zecche grosse come ossobuchi levate con le dita dalla testa di un cucciolo;

  • Abbandono improvviso dell’ostello di Jajce e viaggio in macchina fino a Sarajevo (2 ore e mezza);

  • Ricerca di Milena, una donna che si prende cura dei randagi della Bosnia-Erzegovina, in un quartiere periferico di Sarajevo, alle quattro di notte, tra palazzoni e vicoli sinistri;

  • Consegna dei cuccioli a Milena, che mentre ci racconta le cose orribili che accadono in questo paese, scoppia a piangere;

  • Ricerca dell’hotel prenotato, introvabile, situato sulla cima di una salita ripida come un ascensore;

  • Risveglio l’indomani mattina con fiocchi di neve giganti che ammantano la città;

  • Non ho contanti, come sempre, e come sempre non accettano altri metodi di pagamento; quindi devo andare a prelevare: la Skoda Fabia noleggiata inizia a slittare sulla neve e per poco non cilindro un muro; smadonno, come sempre, e ci metto un’ora a trovare un bancomat funzionante;

  • Partenza per Mostar.

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La strada che conduce da Sarajevo a Mostar è spettacolare, e quella mattina, forse, lo era ancora di più, in virtù del fatto che ponti imbiancati da coltri di neve camminavano su fiumi verde smeraldo, ai piedi di montagne dai contorni morbidi; attraverso gallerie e paesini dormienti, tra colori pastello e minareti stagliati a mo’ di vedette imperiture.

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Costeggiavamo la Neretva, lo splendido fiume turchese che nasce sulle Alpi Dinariche e scorre gelido fino alla Dalmazia meridionale, sulle sponde del quale i partigiani di Tito cacciarono le baldanzose armate dell’Asse. Felice come un bambino, mi fermavo ogni volta che potevo, per annusare l’atmosfera e immortalare l’immagine, talmente entusiasta che dovessi rifare quel tragitto lo farei a piedi, per godermelo appieno.

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Mostar era coperta da un grigio totale, ma anche così manteneva il suo fascino incrollabile. Fondata dagli ottomani nel XV secolo, era salita alla ribalta internazionale durante il conflitto jugoslavo dei primi anni ’90, quando le truppe croate, in lotta coi bosniaci per il controllo della città, avevano fatto saltare il ponte in pietra della città vecchia. In seguito il ponte fu fedelmente ricostruito e oggi con la sua schiena d’asino collega le due sponde, dando luogo, in estate, a una incredibile gara di tuffi.

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Camminammo a lungo e a un certo punto intravidi una croce in cima a una collina. Iniziai a chiedere in giro cosa fosse: alcuni ignoravano la mia domanda, altri rispondevano scocciati come a voler dire “niente di importante”; finché trovammo un tizio che ci spiegò. Si trattava di un monumento simbolico, una grande croce eretta dai croati, come sfida, anni dopo la fine delle ostilità con i bosniaci. Una sorta di monito, ci disse. Da lassù le milizie croate sparavano colpi di mortaio su Mostar, che qua sotto, attraversata dalle verdi acque della Neretva, si dimenava.

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Poi si offrì di portarci lassù, in macchina; da soli è pericoloso, disse, e a piedi ci mettete un sacco di tempo. Un paio di minuti e ci risolvemmo ad andare.

Salimmo su una macchina scassata in compagnia del tizio e di un suo amico, entrambi sdentati e simpatici; ci arrampicavamo a rilento sul monte Hum, tra tornanti ripidi e sterrato inclemente; la macchina prendeva ceffoni dal vento e il motore rantolava. L’erbaccia intorno alla strada era punteggiata di segnalazioni gialle e rosse, che indicavano la presenza di mine antiuomo ancora inesplose.

Il tizio alla guida disse che qualcuno, poco distante, ci osservava mentre salivamo: quel monte era sotto stretta sorveglianza.

Vedete questo buco in testa?, fece, indicandoci una ferita suturata dove capelli non ne crescevano più, e quest’altro sulla spalla?, me li hanno fatti i croati.

Una volta, me lo ricordo benissimo, continuò, Izetbegovic ci disse di correre, di salire sul monte e di ammazzare i croati che non smettevano di bombardarci. Ma dopo che effettivamente li avevamo uccisi tutti, ci richiamarono dal quartier generale e ci dissero che la missione era annullata, perché avevano firmato gli accordi di pace.

Seguitava a maledire i suoi superiori, e la guerra, e tutto ciò che ancora oggi si trascina con sé.

Arrivammo in cima, ai piedi della croce, e prima di farci scendere dall’auto per osservare quel panorama strano, un monte iniettato di folate lugubri di vento assordante, e macchiettato di avvertimenti gialli e rossi, a memento di un passato vicino, soggiunse:

Questa è la Bosnia-Erzegovina, ragazzi. Qua sono tutti matti.

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