Bolivia: lagune colorate e Salar de Uyuni.

L’autobus correva nella notte da La Paz a Uyuni, attraverso gli altipiani boliviani. Dormivamo della grossa, avvolti da una coperta di lana e appoggiati a un cuscino gonfiabile.

A un tratto fummo svegliati dall’autista, che ci intimò di scendere. Un’occhiata fuori dal finestrino: era buio pesto. “Ma dove dobbiamo andare?” chiesi col mio spagnolo arrabattato. In risposta mi beccai parole sparate rapidissime, quasi con rabbia, al che capimmo che la situazione doveva essere seria.

Nessuno sapeva nulla. Domandavamo ad altri turisti, con gli occhi ancora stropicciati dal sonno; nessuno pareva aver capito, nemmeno chi lo spagnolo lo parlava a menadito. Scendemmo dall’autobus e bam!, un freddo cane. Eravamo nel deserto, di notte, a 4.000 metri di altitudine.

Ci lasciarono sulla strada e ripartirono; a questo punto non ci vidi più: mi misi a correre e mi aggrappai al braccio dell’autista che stava per richiudere la portiera dell’autobus, mi ci aggrappai e gli chiesi più volte, scandendo le parole che mi ero fatto suggerire, dove cazzo stessero andando e soprattutto cosa noi dovessimo fare. Il canaglia fece finta di non capirmi, finché, sfinito, non gli sbattei la porta addosso, con tutta la forza che avevo. Voleva scendere e affrontarmi a muso duro, ma lo fermarono, e il bus proseguì.

Nel frattempo alcune informazioni erano spuntate: più avanti c’era un blocco stradale imposto da un gruppo di operai che avevano organizzato uno sciopero. Si trattava dei minatori di Uyuni, i quali rivendicavano condizioni lavorative migliori già da mesi, ed erano in lotta col governo.

Camminando più velocemente possibile, per raggiungere una qualsiasi meta e per dimenticarci del freddo che mordeva, passammo accanto al blocco: diverse macchine erano parcheggiate di traverso alla strada, un gruppetto di persone stava seduto intorno a fuocherelli appiccati che illuminavano il cielo.

Dopo un altro centinaio di metri percorsi in totale silenzio, avvistammo un autobus. Capimmo che era un tizio che gentilmente era tornato a prendere un po’ di persone, ma non era grande a sufficienza per tutti; ci salimmo subito e riaffondammo sotto le coperte, infreddoliti e innervositi.

Alle prime luci dell’alba arrivammo a Uyuni, una cittadina triste, di casette basse, con un paio di mercati e un sacco di polvere. Andammo all’agenzia con cui avevamo comprato il tour nel Salar – la distesa di sale più grande al mondo. Il costo era molto più basso rispetto alla media, naturalmente.

Prendemmo un lungo caffè nero e aspettammo seduti nella polvere. Dopo un’ora o giù di lì arrivò il nostro autista: Lucho, un tizio grassoccio col faccione simpatico, in testa un berretto da combattimento.

Salimmo sul suo fuoristrada e passammo a prendere altre due ragazze: una brasiliana che se ne andava in giro per il Sud America a suonare l’ukulele e una diplomatica polacca che lavorava stabilmente a Lima. A quest’ultima bastarono un paio di minuti per iniziare a punzecchiarsi con Lucho, il quale a detta di lei dava risposte approssimative, parlava male lo spagnolo e guidava a minchia.

A noi invece Luchone stava un sacco simpatico. Andava parecchio più piano rispetto agli altri fuoristrada, e continuava a ripetere tranquilo, no hay prisa. Isabela la polacca montava di furore a ogni sua parola.

All’improvviso vedemmo le macchine davanti a noi accelerare di brutto, sgommando sullo sterrato. Un gruppo di persone le inseguivano lanciandogli sassi addosso. Bomber Lucho provò anche lui ad accelerare, ovviamente in netto ritardo rispetto agli altri, così che un tizio, correndo, ci raggiunse, e una volta di fronte a noi scagliò con violenza una pietra enorme sul nostro parabrezza; ci abbassammo tutti, spaventati, mentre Lucho continuava a schiacciare il pedale dell’acceleratore.

Il parabrezza era frantumato, Lucho si girò per sincerarsi che stessimo bene: noi sì, ma a lui era finita una scheggia di vetro nell’occhio, il quale era gonfio e arrossato. Isabela lo insultava, noi lo tranquillizzavamo. Era profondamente scosso, gli veniva da piangere. Erano stati gli stessi scioperanti della notte prima, quelli in lotta col governo.

Gli consigliammo di tornare a Uyuni e di andare in ospedale, per noi non c’era problema, avremmo preso un altro autista. Lucho rispose che aveva bisogno di lavorare e che, se fossimo tornati indietro, il suo capo non gliel’avrebbe fatta passare liscia.

Parlammo di democrazia e di diritti, mentre il bianco del Salar, come un magma compassato, si arrampicava verso il cielo, inondandolo di bianco.

Eravamo lì, correvamo a bordo di un fuoristrada sulla sconfinata distesa di sale, accecati dal candore, senza capire come ci si potesse orientare, in mezzo a quella straordinaria omogeneità.

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Ci fermammo per pranzare: pollo, riso e banane. Immancabile la battuta è insipido, ci volete un po’ di sale?, come immancabili le foto che scherzano con la prospettiva e quelle che ritraggono salti di gioia con contrasti da urlo.

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Poi ripartimmo, ma dopo alcuni istanti ci accorgemmo di un liquido che colava sul parabrezza. L’odore era inconfondibile: gasolio. Lucio disse che probabilmente la tanica legata sul tettuccio si era bucata: senza dubbio, rispondemmo noi. Quindi ci fermammo di nuovo. Lucho fece un paio di chiamate dalle quali si evinceva quanto non fosse un mago di problem solving. Alla fine rappezzò la tanica alla buona e via.

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Facemmo un’altra sosta sull’Isla Incahuasi, una specie di collinetta popolata di cactus nel bel mezzo dell’oceano di sale.

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Man mano scendeva il freddo: trascorremmo la notte in un ostello costruito col sale, l’indomani ci attendevano meraviglie di ogni tipo.

La “Reserva nacional de fauna andina Eduardo Avaroa” era un concentrato di montagne colorate, lagune, deserti.

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Fenicotteri rosa alla Laguna Canapa.

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Lama alla Laguna Blanca.

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Nuvole dai contorni fatti a matita a 5.000 metri sul livello del mare.

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Il rosso fuoco della Laguna Colorada.

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L’ultima notte il povero Lucho in arte Paolino Paperino la trascorse sdraiato sotto il suo fuoristrada, a cercare di aggiustare chissà che cosa, con il supporto di una pila frontale che gli avevamo prestato.

Finché, superati i geyser e il deserto Salvador Dali, giungemmo al confine col Cile, lasciammo la brasiliana con l’ukulele che avrebbe da lì proseguito la sua avventura, e tornammo indietro, con l’occhio di Lucho ormai viola, il fuoristrada che avanzava sempre più lentamente, sempre più scassato, e la polacca che non si dava pace, ché aveva un volo a Uyuni e non poteva perderlo.

Dopo un po’, stufo di quelle lamentele, Lucho fermò un altro fuoristrada, che andava molto più veloce, e chiese all’autista di caricarsi Isabela, con la scusa che così sarebbe arrivata in tempo per il volo. Il tizio accettò, salutammo Isabela e Lucho, appena risalito a bordo, con un sospiro di gran sollievo esclamò: Ella es loca!

Dopodiché riavviò la macchina e ripartì, ai venti chilometri all’ora, tra cigolii e pezzi che man mano si staccavano, col cappellino in testa e gli zigomi sugosi sollevati dal sorriso. D’altronde il sole stava levandosi.

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Sopra l’erba, il cielo altissimo

Scendeva la sera sulla Piazza Rossa di Mosca. Krasnaya Ploshchad’, la Piazza Bella. Aspettavamo sdraiati, come fossimo in mezzo ai monti con un sacco a pelo e nient’altro, San Basilio illuminata. Lenin riposava a qualche metro da noi senza più sogni. Non credo di avere mai camminato tanto come quel giorno, eppure volevo rialzarmi e continuare: c’era il Cremlino riflesso sulla scura Moscova in attesa di un nostro sguardo. E ogni passo era un’esplosione di gioia, e ogni angolo svoltato una meraviglia. E i nostri eroi ci stavano finalmente accanto, dopo averci accompagnato a lungo, da sempre, da molto lontano.

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La mattina dopo partimmo per Jasnaja Poljana.

Quante volte avevo sentito quel nome.

Stavolta però facevo sul serio, volevo vedere se esisteva davvero, quel posto di cui avevo letto tanto, che si diceva essere incorniciato da alberi giganti almeno quanto colui che li aveva costeggiati giornalmente con la sua andatura lenta, quel posto vestito da un cielo altissimo come quello contemplato dal principe Andrej caduto ad Austerlitz.

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Io e Ciarlei eravamo andati a convivere da poco, in Italia, grazie a un lavoro part-time che ci regalava l’illusione di un briciolo di indipendenza.

Che belli i primi giorni. Pareva che fuori dalla nostra tana regnasse un caos sordo, che avremmo potuto gridare aiuto per giorni senza che là fuori nessuno ci avrebbe udito, perché le finestre di casa erano muri eccezionali che non si desiderava scavalcare; ciò cui aspiravamo era una solitudine binaria, ricercata e perciò preziosa, un al di qua in cui perfino Pink, la rockstar di Waters, sarebbe impazzito felicemente, senza rancore verso la mamma né verso la scuola.

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Le nostre, di mamme, ci avevano salutato senza tenerci avvinghiati forzosamente al loro, al nostro vecchio appartamento; e la scuola ci aveva insegnato a leggere i grandi libri, perché un classico anche se non lo si capisce a fondo, o se annoia, resta, e insegna a sua volta, durante la vita di chi ne ha fruito, a modo tutto suo, a volte discretamente, influenzando il grado critico che ci si fa di certe situazioni o di certi atteggiamenti, altre più stentoreo, ponendo innanzi a noi suoi remoti lettori personaggi enormi, che malinconici ci esortano a farli rivivere, ché tanto hanno ancora da raccontare, tanta passione da insufflare negli animi di chi li incontra, che dimenticarli sarebbe come rinnegare il proprio diritto all’emozione. Che qualcuno chiama anzi dovere.

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Da Mosca prendemmo un autobus diretto a Tula; fu complicato farsi capire, ma alla fine dietro qualche risolino un po’ così accettarono i nostri biglietti e ci fecero salire. Sorridemmo insieme ad altri passeggeri, anche se non capii mai per quale motivo. L’autobus partì, Ciarlei disse “Tula” ad alta voce e un viso o due annuirono, e la strada subito si allargò e si fece vuoto intorno, correvamo verso Tolstoj.

Durante il tragitto pensieri fantastici fioccavano su noi due, che nel mondo reale eravamo stati investiti da una locomotiva di pazzia maestra, e ora lì, in quel bus surreale, la locomotiva era diventata portaerei; quel momento di sole, mentre ci allontanavamo dalla terza Roma che con la sua aquila bicefala ci aveva dato modo di accertarci che la piscina di Stalin davvero non esisteva più, e di volare sull’Arbat senza scopa ma su di un azzimato tappeto matrimoniale, e di vedere le spaziali opere d’arte sotterranee figlie del sogno di Kaganovič: quel momento era come fossimo sul divano di casa nostra, un buco di trenta metri quadri ricamato di neve fradicia, il nostro sottosuolo, là dove potevamo coccolare i nostri sentimenti sinceri senza paura di essere additati, un posto dal quale riemergere avrebbe significato per la nostra memoria essere accecata dalle convenzioni che come cani da caccia ci braccavano annusando con gran piacere l’odore della preda.

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Tula non era poi così distante, ci arrivammo in poco tempo. Non avevamo soldi, come al solito, e così ci mettemmo alla ricerca di uno sportello bancomat. Vari tentativi ci condussero all’interno di un’università, dove alcuni studenti ci spiegarono come far funzionare uno sportello per il prelievo. L’odore di università è uguale in tutte le parti del mondo.

Guardai Ciarlei, era radiosa, in Russia voleva venirci da quando era bambina, perché la Russia la attirava in modo misterioso; l’animo russo non si può spiegare, d’altronde, ma si vede e si sente, in certi luoghi che paiono usciti dalla pagina di un Conrad redento, luoghi che hanno smesso il selvaggio per mantenere una certa sacralità, e intorno ai quali non aleggia che il rispetto, e non danza che il vento. Posti come la Chiesa dell’Intercessione sul Nerl’, sola in mezzo all’erba, carezzata da poche piante e da un laghetto. Ci si arriva percorrendo un sentierino disegnato dentro un prato, con il blu delle cipolle di Bogoljubovo appena alle spalle.

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Prelevammo alcuni rubli e tornammo sulla strada principale, dove avremmo dovuto prendere il pullman per Jasnaja Poljana. Col mio cappellino storto e il mio zainetto semivuoto. Leggemmo gli orari sulla banchina. Il cirillico Ciarlei lo capiva, e la lingua russa la masticava, aveva da poco iniziata a studiarla all’università. Mi piaceva da matti farmi insegnare quell’alfabeto nuovo e provare a decifrare le parole sulle insegne dei negozi e sui cartelloni pubblicitari.

Qualche minuto e un pulmino ci caricò.

Potevamo dirci vicini, poiché una signora anzianotta dai tratti gentili e dalla robusta cadenza russa ci disse che ci avrebbe indicato lei dove scendere; ce lo disse in quell’inglese che si comprende al volo perché, se anche non supportato da un buon lessico, rapisce per lo sforzo profuso dall’interlocutore. Lo si nota dagli occhi: se c’è la volontà di comunicare, si ingrossano e corrono all’impazzata.

La vecchietta ripeté varie volte il nome di Tolstoj, per sincerarsi che volessimo visitare il suo tempio: ogni volta che lo pronunciava facevamo sì con la testa al ritmo incandescente delle truppe napoleoniche messe in fuga dall’incendio di Mosca. Ordine del conte Rostopchin, dicono gli storici; Mosca bruciò perché così doveva andare, dice Tolstoj: una città di legno invasa dalla negligenza di truppe nemiche va a fuoco.

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Ed eravamo sul viale alberato, cioè una stradina fiancheggiata da una serie infinita di betulle, una striscia di cui non si indovina il termine, in cui infilarsi significa immergervisi.

Camminammo attraverso prati, superammo diverse costruzioni e poi laggiù in fondo ci accorgemmo che doveva essere lei, la residenza del conte apostata, con la sua camicia bianca e la sua barba azzurra, laggiù era stata istituita una scuola la cui retta era pari a zero, destinata ai figli di contadini poveri e senza alcun mezzo culturale, contro ogni convenzione, al di là di ogni ordine prestabilito, sotto colonne di meli piantati da Lev in persona. Laggiù amava rifocillarsi e rilassarsi la penna superba dell’uomo capace di disconoscere il valore assoluto di Guerra e pace e Anna Karenina.

Non ci restava che visitare Jasnaja Poljana ascoltando ciò che i libri in passato ci avevano detto e ciò che i nostri cuori avevano ora da sussurrarci.

Arrivammo al cancello d’ingresso per mano, innamorati, entusiasti, con il pieno di fotografie già scattate durante il tragitto che avrei, da allora, sempre ricordato così bene.

Tornati in Italia bisognava tornare a lavorare e a scrivere reclami per bollette della luce ingiustamente troppo salate; ma avremmo anche avuto il dovere morale di tappezzare le nostre pareti di immagini e di riempire le nostre giornate di parole scritte su carta da ingegni che quelle parole le avevano ponderate, perché questo significa imbattersi in un grande libro: incontrare la fatica di un altro.

La casa di Tolstoj è chiusa per pulizie l’ultimo Martedì di ogni mese.

Ed era proprio l’ultimo martedì di luglio. All’inizio restai incredulo, chiesi conferma a Ciarlei che a testa bassa annuì.

Arrivato dall’Italia apposta per fare visita a Lev Tolstoj – per fare visita a madre Russia, per la verità – eccomi là, di sasso. Dapprima fu smarrimento, poi uno sconforto abbozzato, dopodiché subentrò la rabbia, imprecazioni a denti e pugni stretti; e infine tornò lo sconforto, stavolta più profondo e letale. Dio, che amarezza. Quanto ero stato leggero a non informarmi.

Entrammo comunque, naturalmente. Si poteva fare il giro di tutta la tenuta e vedere la casa, quantomeno, da fuori.

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Un bel laghetto ci accolse, sulla nostra sinistra, dentro cui sbattevano le nubi di un cielo mesto, ma alto – così doveva essere il cielo, a Jasnaja Poljana: alto.

Ciarlei mi abbracciò più volte, dicendomi che nonostante tutto era un momento unico, dovevamo godercelo appieno. Aveva ragione.

Proseguimmo, vedemmo la casa dello scrittore più altri piccoli edifici, che nemmeno ricordo cosa fossero. Passammo tra alberi da frutta, in mezzo a panche, sedie, fiori.

Sinché notai un’indicazione: Tomba di Lev Tolstoj.

Scorato com’ero, mi era passata di mente la sua tomba. Voglio dire, non è che sapessi con certezza che lui fosse sepolto lì, ma lo potevo immaginare. In ogni modo, leggere quelle parole piantate a terra con tanto di freccia direzionale mi riempì di gioia.

Tenendoci per mano e scambiandoci sguardi colmi di un’aspettativa (che non si sa mai se sia bene o male riposta) simile a quella formatasi nel principe Andrej alla vista del sottile braccio nudo di Nataša durante il grande ballo di corte, prendemmo il sentierino che entrava nel fitto di un boschetto.

Raggi di luce a sprazzi cadevano fra le fronde, era un percorso verde, umido, mansueto. Non c’eravamo che noi. E io che mi immaginavo chissà quale folla. Forse le persone verificavano gli orari della tenuta prima di attraversare migliaia di chilometri.

A un certo punto Ciarlei notò un’escrescenza affiorare dall’erba. Come un brandello di suolo rialzato, ricoperto di ciuffi verdi uguali a quelli tutt’intorno. A forma di rettangolo, suppergiù. A forma di bara. Davvero era lì, che riposava il grande maestro? 

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Nessuna opera muraria, nessuna iscrizione funebre, nessuna lapide. Soltanto erba. In quel preciso istante, il fatto di non essermi informato a tal riguardo in precedenza mi sembrò una cosa bellissima. Ero contento che fosse stata una sorpresa. Contento di aver fatto quel percorso con l’eccitazione a mille in cerca dello scrittore che aveva radicalmente cambiato la mia visione del mondo e della storia.

Restammo lì seduti per un po’, scattammo un paio di fotografie con una macchina assai scadente, baciai l’erba, infine ce ne andammo.

E mi piace scommettere che quell’ultimo martedì di luglio la casa di Tolstoj fu tirata veramente a lucido.

Mostar, the Ottoman bridge over the turquoise river.

We got to Mostar in the morning, after a night incredible to say the least, during which we were protagonists of a series of contingencies:

  • Stray dogs rescue in Jajce, amongst ticks as big as marrowbones removed by our fingers from a puppy head;
  • Sudden abandonment of the hostel we were in Jajce and a 2 hours and a half ride until Sarajevo;
  • Research of Milena, a woman who looks after the Bosnian stray dogs, in an outlying neighborhood of Sarajevo, at 4:00 AM;
  • Puppies delivering to Milena, who, while telling us the terrible things that are happening in this country, starts weeping;
  • Research of the hotel we booked, that we couldn’t find, located on the top of a rise as steep as an elevator;
  • Awakening the following day with huge snow flakes that enfold the city;
  • I’m out of hard cash, as usual, and as usual I’m not allowed to pay by credit card, thus I gotta get to an atm: the Skoda Fabia I rented starts slipping on the snow and I almost hit a wall; I swear hard, as usual, and it takes me one hour to find an operating atm.
  • Departure to Mostar.

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The road which takes from Sarajevo to Mostar is wonderful, and that morning maybe even more, thanks to bridges whitewashed by snow blankets that were walking on emerald green rivers, at the foot of smooth silhouettes barely resembling mountains; across galleries and villages lying asleep, in a scenery made by pastel colors and minarets standing out as eternal lookouts.

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We ran along the Neretva, the beautiful turquoise river that springs upon Dinaric Alps and quite freezing flows until southern Dalmatia, whose banks were the setting of the driving out of the daring Axis Powers by Titus’ partisans.

Happy as a child, whenever I had the opportunity I stood still, in order to smell the atmosphere and to immortalize the image, so much enthusiastic that if someday I had to make this route again I would do it on foot, to fully enjoy the experience.

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Mostar was covered by a total grey, yet we found it amazingly charming. Founded by the Ottomans in the XV century, it came into the limelight during the ninety’s Yugoslav wars, as the Croatian troops, fighting against the Bosnian to seize the control of the city, blew the old stone bridge up. Later on, the bridge was accurately rebuilt and nowadays in its humpback connects the two banks of the river, and in summertime it gives place to a magical diving competition.

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We walked on and on and at some point I caught a glimpse of a cross on the top of a hill. I started asking around what was it about: some ignored my question, others answered annoyed as if to say “nothing special”; till the moment in which we found a guy who gave us an explanation. It is a symbolic monument, he said, a big cross built by the Croatian, as a challenge, years after the end of the conflict with the Bosnian. A kind of warning. From that hill, which is called Mount Hum, the Croatian militias shot mortars on Mostar, that down here, crossed by the greenish waters of the Neretva, was floundering about.

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Then he volunteered to take us up there, by his car; alone it is dangerous, he said, and on foot it would take a long time. A couple of minutes and we decided to go.

We got on a wrecked car in company with him and a friend of his, both toothless and fun; we were climbing up Mount Hum, at a slow pace, among hairpin turns and unforgiving dirt road; the car took slaps by the wind and the engine wheezed. Grass around the road was stippled by yellow and red warnings about the presence of antipersonnel mines still unexploded.

The driver said that someone, a bit afar, was observing us while climbing up: that mount was under tight surveillance.

See this hole in my head?, said, pointing at a stitched up wound where hair grow no more, and this other in my shoulder?, the Croatian made it.

Once, I remember, he went on, Izetbegovic told us to run, to go up the mount to kill the Croatian who did not stop to bomb us. But after we indeed had killed them all, from the headquarters they called us again and said the mission was canceled, because they signed the peace agreements.

He carried on cursing at his chiefs, and at war, and at all to this day he still drags with himself.

We made it to the summit, at the foot of the cross, and before letting us get off the car to enjoy that weird overview – a mount injected by some thunderous wind’s grim blasts, and speckled by yellow and red cautions, as a memento of a near past – he added:

This is Bosnia-Erzegovina, guys. Here we’re all mad.

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Mostar, il ponte ottomano sul fiume turchese.

A Mostar eravamo arrivati di mattina, dopo una notte a dir poco rocambolesca, che ci aveva visti protagonisti nell’ordine di:

  • Recupero cani randagi a Jajce, tra zecche grosse come ossobuchi levate con le dita dalla testa di un cucciolo;

  • Abbandono improvviso dell’ostello di Jajce e viaggio in macchina fino a Sarajevo (2 ore e mezza);

  • Ricerca di Milena, una donna che si prende cura dei randagi della Bosnia-Erzegovina, in un quartiere periferico di Sarajevo, alle quattro di notte, tra palazzoni e vicoli sinistri;

  • Consegna dei cuccioli a Milena, che mentre ci racconta le cose orribili che accadono in questo paese, scoppia a piangere;

  • Ricerca dell’hotel prenotato, introvabile, situato sulla cima di una salita ripida come un ascensore;

  • Risveglio l’indomani mattina con fiocchi di neve giganti che ammantano la città;

  • Non ho contanti, come sempre, e come sempre non accettano altri metodi di pagamento; quindi devo andare a prelevare: la Skoda Fabia noleggiata inizia a slittare sulla neve e per poco non cilindro un muro; smadonno, come sempre, e ci metto un’ora a trovare un bancomat funzionante;

  • Partenza per Mostar.

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La strada che conduce da Sarajevo a Mostar è spettacolare, e quella mattina, forse, lo era ancora di più, in virtù del fatto che ponti imbiancati da coltri di neve camminavano su fiumi verde smeraldo, ai piedi di montagne dai contorni morbidi; attraverso gallerie e paesini dormienti, tra colori pastello e minareti stagliati a mo’ di vedette imperiture.

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Costeggiavamo la Neretva, lo splendido fiume turchese che nasce sulle Alpi Dinariche e scorre gelido fino alla Dalmazia meridionale, sulle sponde del quale i partigiani di Tito cacciarono le baldanzose armate dell’Asse. Felice come un bambino, mi fermavo ogni volta che potevo, per annusare l’atmosfera e immortalare l’immagine, talmente entusiasta che dovessi rifare quel tragitto lo farei a piedi, per godermelo appieno.

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Mostar era coperta da un grigio totale, ma anche così manteneva il suo fascino incrollabile. Fondata dagli ottomani nel XV secolo, era salita alla ribalta internazionale durante il conflitto jugoslavo dei primi anni ’90, quando le truppe croate, in lotta coi bosniaci per il controllo della città, avevano fatto saltare il ponte in pietra della città vecchia. In seguito il ponte fu fedelmente ricostruito e oggi con la sua schiena d’asino collega le due sponde, dando luogo, in estate, a una incredibile gara di tuffi.

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Camminammo a lungo e a un certo punto intravidi una croce in cima a una collina. Iniziai a chiedere in giro cosa fosse: alcuni ignoravano la mia domanda, altri rispondevano scocciati come a voler dire “niente di importante”; finché trovammo un tizio che ci spiegò. Si trattava di un monumento simbolico, una grande croce eretta dai croati, come sfida, anni dopo la fine delle ostilità con i bosniaci. Una sorta di monito, ci disse. Da lassù le milizie croate sparavano colpi di mortaio su Mostar, che qua sotto, attraversata dalle verdi acque della Neretva, si dimenava.

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Poi si offrì di portarci lassù, in macchina; da soli è pericoloso, disse, e a piedi ci mettete un sacco di tempo. Un paio di minuti e ci risolvemmo ad andare.

Salimmo su una macchina scassata in compagnia del tizio e di un suo amico, entrambi sdentati e simpatici; ci arrampicavamo a rilento sul monte Hum, tra tornanti ripidi e sterrato inclemente; la macchina prendeva ceffoni dal vento e il motore rantolava. L’erbaccia intorno alla strada era punteggiata di segnalazioni gialle e rosse, che indicavano la presenza di mine antiuomo ancora inesplose.

Il tizio alla guida disse che qualcuno, poco distante, ci osservava mentre salivamo: quel monte era sotto stretta sorveglianza.

Vedete questo buco in testa?, fece, indicandoci una ferita suturata dove capelli non ne crescevano più, e quest’altro sulla spalla?, me li hanno fatti i croati.

Una volta, me lo ricordo benissimo, continuò, Izetbegovic ci disse di correre, di salire sul monte e di ammazzare i croati che non smettevano di bombardarci. Ma dopo che effettivamente li avevamo uccisi tutti, ci richiamarono dal quartier generale e ci dissero che la missione era annullata, perché avevano firmato gli accordi di pace.

Seguitava a maledire i suoi superiori, e la guerra, e tutto ciò che ancora oggi si trascina con sé.

Arrivammo in cima, ai piedi della croce, e prima di farci scendere dall’auto per osservare quel panorama strano, un monte iniettato di folate lugubri di vento assordante, e macchiettato di avvertimenti gialli e rossi, a memento di un passato vicino, soggiunse:

Questa è la Bosnia-Erzegovina, ragazzi. Qua sono tutti matti.

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But I swear I can’t stand those who have no dreams.

It was March.

Iceland has been cuddling us for two days. Departing from Selfoss, we had arrived near Vik in the afternoon, on a Suzuki Jimny with the burden of 230.000 kilometres on its shoulders.

Dyrhòlaey promontory was just there, a few kilometres away, in its black lava castings overlooking the sea, the back covered North by the Myrdalsjokull glacier, somewhere back there in the thick haze, and the waves, white as whisked albumen, trying hard to scramble up the basalt beach, dark as oil, impossible beholding its end.

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We would enjoy all this the next morning, for that afternoon nothing could be seen, a thunderstorm was expected, it had started sleeting, a whirling wind raised in the air gray dull water bubbles.

Moving forward somehow, by the sole aid of a rough lane markings and above all, letting the outline of a house in the distance show us at least the right direction, we finally got to the destination: a white guesthouse, immersed in a plumbeous soot that was lying on the whole promontory, few kilometres away from Vik, the nearest town.

The guesthouse owner welcomed us in, however she said there was no way to pay by credit card. Cash only, which I of course was not provided of (someday I will count all the annoyances I had ever to run across because of this peculiarity of mine, and then perhaps I’ll quit).

The Hansel and Gretel house, that is how I had always imagined it must be. Snow white, a staircase leading upstairs, where there was our room, while on the ground floor there was the kitchen, a nice table in the middle and couches next to a big glass window that overlooked the Icelandic moor. That coziness sounded as though competent hands made it.

We fixed ourselves up. Ciarlei was not in a good shape, perhaps a little of fever. We’ve been grasping cold by a truckload throughout the day. We were out of food, out of cash (and I was just told we could not pay the morning after, because noone would have been there), gasoline was barely enough to make fifty kilometres. In short, I did not have any choice, I had to hop on the car and go to Vik. Ciarlei would stay under the blankets, to get a bit better.

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Never before nor after in my lifetime I happened to experience such a perception, which was worry, real worry to get behind the wheel of a vehicle. Weather conditions were awful, and forecasts even worse.

A couple of minutes after departing it started snowing, but nobody seemed to care that much, maybe for the road was totally empty. I met no cars. Never exceeded 30 km/h, every kilometre stacked up gave me hope, although had no idea how far was Vik, because my mobile was dead and I didn’t have gps of sort. Road signs, who knows?

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On the other hand, there was Francesco Guccini, to me, the greatest Italian songwriter; but there was neither him in person nor his songs, there was rather Cirano, the song, Cirano and that’s it, a live version in which the public erupts in a moved shout-out as the verse ‘cause my Roxanne is beautiful, but alas!, we’re so different pops up.

The Jimny struggled to stay upright; continuous gusts of wind and piles of soaked snow bloomed on ice sheets acted as gigantic enemies. My phone turned itself off, hence if anything happened I would be fucked up; I was really scared, but at the same time I didn’t feel alone, and I was sure nothing bad could occurr to me, maybe because in that very moment I was participating in the outstanding beauty of Cirano, I wasn’t a mere listener, I got indignant along with him whilst he urged vacuous people to come forth, I sympathized with his solitude expressed by the addition of his nose stuck to his own feet and his inability to love, I felt as mine his hope of a moral freeing, ‘cause it must be a place in Heaven or on Earth where we any more won’t suffer and all it will be right.

The road now (really?) started to climb, hairpin turns cropped up and the landscape, at least what I could imagine of it, instead of soothing became rough: all along dusky and unexpected elevations. The Guccini’s pasty voice restarted announcing Cirano to the public, for the sixth or seventh time, I wouldn’t know.

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Finally some lights appeared in the distance. Vik lay down in the middle of nothing, and just imagine!, I thought it was big, whereas it is composed by a hundreds of buildings and the main road. The gas station, first. I got off the Jimny and I nearly bit the dust (well, the snow would be more appropriate); wind meanwhile had become unmanageable and snow, or rain or wathever it might be, had begun to cut athwart the air, so that keeping the eyes open turned out to be a big challenge. I tried to fill up the tank by myself but the pump wasn’t long enough, well, I didn’t find the strength necessary to get it reach the pipe union: I was relentlessly pushed back by this frightful Icelandic entity, and the more I swore, the more it raged.

Shortly after I gave up and I went in the shop asking the worker to help me. He addressed me an expression full of amazement, as pure as the woods’ silence as the snow falls. I saw my face in a mirror: it was purple; and it was trickling.
I fared well, eventually: the tank crammed by gasoline, money withdrawn at the atm, creepy pasta, carrots and mushrooms bought at a shop.

However, now I had to undertake the way back. And it got dark, amongst the other details. I couldn’t but get back to that white little wooden house, Ciarlei was waiting for me, and she felt sick.

I should not give up and resign to my Badness, you only can save me, you only and I do write it.

Cirano was still there, always the same but a bit louder, in order to get me focus on the void which wrapped me up while I advanced in the snowswirl, the Jimny’s windscreen wipers hobbling, short of breath.

Suddenly I felt at home. A wellness sensation occupied me, with packaged the hint that I was in the proper place, and that all around there, somehow, belonged to me.

Laugh not, I beg you, laugh not at my Words, For I am only a Shadow, and you are the Sun, Roxanne! – then in a moved tune he said my sweetest lady, and the public went into raptures, eagerly awaiting the final verses, which confirmed the definitive redemption that Cirano achieves from the slavery of his ineptitude.

Much faster than expected I identified the detour towards home. I looked forward to park the car and to hammer my boots in the icy snow, shopping bags in my hands, enjoying the remains of the day, sun was still somewhere in the world, after all.

For ever your Cirano.

I took off my shoes and I went upstairs, Ciarlei was sleeping all snug and warm, and I, dreaming as a poor cadet of Gascony, looked out of the window.

Però non la sopporto la gente che non sogna.

Era marzo.

L’Islanda ci aveva accolti da un paio di giorni. Da Selfoss eravamo arrivati nei pressi di Vik nel pomeriggio, a bordo di un Suzuki Jimny con 230.000 km sul groppone.

Il promontorio di Dyrhòlaey era lì, poco distante, nelle sue colate di lava nera a picco sul mare, le spalle coperte a nord dal ghiacciao Myrdalsjokull, da qualche parte là dietro nella foschia densa, e le onde, bianche che pareva albume d’uovo sbattuto, nel tentativo tenace di arrampicarsi sulla spiaggia di basalto, scura come il petrolio, impossibile scorgerne la fine.

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Tutto questo l’avremmo visto il mattino dopo. Quel pomeriggio non si vedeva nulla, era prevista una tempesta, il vento turbinava levando nell’aria bolle grigie di acquolina opaca.

Avanzando chissà come, con il mero ausilio di un’approssimativa segnaletica orizzontale e soprattutto, lasciando che i contorni di una casa in lontananza ci mostrassero se non altro la giusta direzione, arrivammo a destinazione. Una guesthouse bianca, sommersa nella fuliggine di piombo che si stendeva sul promontorio intero, a qualche chilometro da Vik, la cittadina più vicina.

La proprietaria della guesthouse ci diede il benvenuto salvo dirci che non c’era modo di pagare con carte di credito. Soltanto cash. Che io ovviamente non avevo (un giorno farò la conta di tutti i disagi che questa peculiarità mi ha causato e allora forse la smetterò).

La casa di Hansel e Gretel me l’ero sempre immaginata così. Candida, una scalinata conduceva al piano di sopra, dov’era la nostra camera, e al piano terra c’era la cucina, con un bel tavolo nel mezzo e i divani accanto a una grande vetrata che dava sulla brughiera islandese. Il tepore appariva disegnato da mani capaci.

Ci sistemammo. Ciarlei stava poco bene, forse aveva un po’ di febbre. Freddo ne avevamo raccolto a palate. Non avevamo cibo, non avevamo contanti (e mi era stato detto che non potevamo pagare la mattina dopo, poiché non ci sarebbe stato nessuno), la benzina bastava sì e no per cinquanta chilometri. Insomma non avevo scelta, dovevo salire in macchina e andare a Vik. Ciarlei sarebbe rimasta sotto le coperte, a rimettersi in sesto.

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Mai prima né dopo in vita mia provai una sensazione come quella, cioè di timore, timore vero, nel mettermi alla guida. Le condizioni meteo erano davvero proibitive. E le previsioni di qualsiasi sito promettevano peggioramenti atroci nel giro di una mezzora.

Un paio di minuti dopo essere partito cominciò a nevicare, ma sembrava non importare granché, poiché la strada era totalmente sgombra. Non incontrai nemmeno una macchina. Non superai mai i trenta all’ora, ogni chilometro macinato mi dava speranza, ma non sapevo quanto distasse Vik, poiché il cellulare era scarico e non avevo navigatori di sorta. Indicazioni, non saprei dire se ce ne fossero.

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Però c’era Guccini, con me, non lui in persona, e nemmeno le sue canzoni, c’era Cirano, c’era Cirano e basta, in una versione live, in cui il pubblico grida di commozione quando vien fuori il verso perché Rossana è bella, siamo così diversi.

Il Jimny faticava a restare dritto; continue raffiche e cumuli di neve fradicia fioriti su lastre di ghiaccio ci si mettevano di traverso. Il telefono era spento, perciò se succedeva qualcosa ero fottuto; davvero ebbi paura, ma è altrettanto vero che in qualche modo non mi sentivo solo, ed ero convinto che non potesse succedermi alcunché, poiché in quel momento partecipavo alla straordinaria bellezza di Cirano, non ne ero un mero uditore, mi indignavo insieme a lui mentre invocava la gente vuota perché si facesse avanti, fraternizzavo con la solitudine formulata dall’addizione del suo naso al piede e la sua impossibilità di amare, sentivo mia la sua speranza di riscatto, perché dev’esserci in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto.

La strada, addirittura, saliva, adesso, spuntavano i tornanti e il paesaggio, quel che ne si indovinava almeno, anziché addolcirsi andava irruvidendosi, con rilievi bruni e inaspettati. Il vocione smorto di Guccini ricominciava ad annunciare al pubblico il Cirano, per la sesta o settima volta, non saprei dire.

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Finalmente comparvero delle luci, in lontananza. Era Vik, e io che me la immaginavo grande!, quando invece si componeva di un centinaio di case e una via principale. Il benzinaio, prima cosa. Scesi dal Jimny e per poco non caddi a terra; il vento si era fatto ingestibile e inoltre la neve, o la pioggia, o quel che era, aveva preso a fendere l’aria trasversalmente, così tenere gli occhi aperti risultava impresa ardua. Provai a fare rifornimento da solo, ma la pompa della benzina non arrivava al bocchettone, cioè, non avevo la forza necessaria per far sì che ci arrivasse. Ero continuamente sospinto all’indietro, e più smadonnavo più questa spaventosa entità islandese si accaniva.

Dopo poco desistetti ed entrai a chiedere soccorso al ragazzo che stava al bancone. Mi rivolse uno sguardo di stupore puro come il silenzio dei boschi quando cade la neve. Vidi la mia faccia in uno specchio: era viola; e gocciolava.

Ne uscii vincente, infine: serbatoio zeppo di benzina, soldi prelevati allo sportello, pastaccia carote e funghi comperati in un negozietto.

Ora però mi attendeva il ritorno. E si era fatto buio, tra gli altri dettagli. Dovevo per forza tornare a quella bianca casetta di legno, Ciarlei mi aspettava, e non era in forma.

Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo.

Cirano non era cambiato di una virgola, solo il volume della voce si era fatto più stentoreo, per evitare che mi focalizzassi sul niente che mi avvolgeva mentre avanzavo nel turbine di neve, coi tergicristalli del Jimny che arrancavano, col fiatone.

A un tratto mi sentii a casa. Una sensazione di benessere mi invase, con impacchettato il suggerimento che mi trovassi nel posto giusto, e che tutto ciò che stava lì intorno, in qualche maniera, mi appartenesse.

Non ridere ti prego, di queste mie parole… io sono solo un’ombra, e tu Rossana il sole! – poi con voce commossa diceva dolcissima signora, e il pubblico andava in visibilio, in trepidante attesa dei versi finali, che sancivano finalmente l’affrancamento di Cirano dalla schiavitù dell’inadeguatezza.

Molto più in fretta di quanto mi aspettassi riconobbi la deviazione verso casa. Non vedevo l’ora di parcheggiare il Jimny e piantare gli scarponi nella neve ghiacciata, con le borse della spesa in mano, a godermi quel che restava del giorno, il sole d’altronde c’era ancora, da qualche parte nel mondo.

Per sempre tuo Cirano.

Mi levai le scarpe e salii le scale, Ciarlei dormiva al caldo sotto le coperte, io sognando come un cadetto di Guascogna guardai fuori dalla finestra.

Teheran. La prima volta è l’unica che conta.

La famiglia sgangherata di Little miss sunshine ci teneva compagnia, attraverso il monitor del computer portatile, sull’aereo Alitalia che entrava in territorio persiano, in piena notte, con le luci fioche dell’immensa Teheran che cominciavano a scorgersi di là dal finestrino.
Da chissà quanti anni mi figuravo ossessivamente quel momento – il momento in cui l’aspettativa, incalzante, avrebbe finalmente smesso i panni dell’eterna incompiuta.
Sull’aereo era pieno di gruppi organizzati: una signora, non appena il segnale luminoso concesse di slacciare le cinture di sicurezza, si legò un foulard sulla testa.
L’incubo di una lunga coda ai controlli per i visti fu scongiurato: uno sguardo al passaporto ciao e grazie.
Cambiammo i soldi, ma mi sembrò di aver ricevuto una somma di rial inferiore al dovuto, così tornai indietro e chiesi spiegazioni al desk; la tizia con aria scocciata mi fece segno di ricontare bene: e in effetti aveva ragione. Essendo italiano penso sempre vogliano fottermi.
La confusione tra rial e toman, come previsto, mi assediò incauta, e così mi toccò contrattare il prezzo del taxi sparando numeri a caso, armato di penna e foglietto, tra l’ilarità dei baffutissimi tassisti tutt’intorno.
La puzza di gas di scarico dell’automobile ci invase appena saliti a bordo, ed eravamo ancora ignari che ci avrebbe accompagnato indistintamente lungo ogni tratta, su qualsiasi vettura, per tre settimane.
Però cazzo, eravamo sul suolo persiano. Provai quella sensazione strana, che mi capita unicamente nei primi minuti in cui mi ritrovo in un’altra nazione, a metà tra la demenza e un’attenzione tentacolare, con gli occhi sbarrati a guidare e silenziare il corpo intero.
Avanzammo nel buio, articolando frasi scomposte all’indirizzo del tassista, un arringatore di cui ricordo soltanto la camicia, azzurra e con le maniche arrotolate. E ricordo l’emozione inaspettata e pazzesca di quando vedemmo spuntare nell’oscurità le cupole illuminate del mausoleo di Khomeini. “Le mille e una notte,” pensai, “ecco il primo colpo”.
Pagherei per rivivere un sussulto come quello. E anzi, io vivo per sussulti del genere.
Poi Teheran, di notte, per strada poca gente, motorini con quattro/cinque persone in sella, mille vie tutte uguali, mille immagini della Guida Suprema.
Sentimmo di essere in Asia.

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Finché non arrivammo a destinazione, il nostro hotel: la porta era chiusa, provammo a bussare e a suonare il campanello, nessuno comparve, il tassista già era volato via. Non so quanto passò, forse mezzora, forse un’ora, provai a telefonare, invano, naturalmente; la via ci si presentava deserta e sinistra, e alcune risate non poterono far altro che sopraggiungere, timide ma essenziali. Infine spuntò un ragazzo dalla rampa delle scale, ci aprì e ci diede il benvenuto.
Dormire risultò un’operazione complessa, e al risveglio c’era la colazione ad attenderci. Il caffè non c’era, ed ebbi l’impressione che l’avrei visto raramente, soppiantato in ogniddove dal tè. “Mester”, mi chiamavano ghignando le cameriere dell’hotel.
Ciarlei indossò il velo e uscimmo in strada. Asia, eravamo in Asia, senza dubbio. Sembrava ci guardassero tutti, il caldo era insopportabile; clacson, schiamazzi e asfalto trivellato suggellavano il quadro.
Eccoci sulla metro, nell’imbarazzo di capire dove dovessero sedersi le donne, cercando sguardi solidali di qualcuno che potesse levarci il dubbio se potessimo stare nello stesso vagone oppure no: scoprimmo che sì, ci sono gli scompartimenti per sole donne e quelli misti. La metro di Teheran è un luogo particolare, dove ragazzini camminano avanti e indietro vendendo di tutto, dai calzini ai lettori mp3: ne respingemmo uno dopo l’altro adducendo la scusa perfetta che Ciarlei si era appena comprata un manteau a fiori per passare (quasi) inosservata tra la folla, e che quindi eravamo rimasti senza soldi.
Diretti al cimitero dei caduti della guerra Iran-Iraq, ci scoprimmo a comunicare con una vecchietta azera che ci chiese di smezzare il viaggio in taxi, “così si risparmia”. “Come no!”, dico io. Il tassista, pure lui azero, ci parlava di quando fece la guerra, i russi erano buoni e li aiutarono, gli yankee invece aiutavano quegli altri, gli iracheni.

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La piazza Emam Khomeini – un bordello senza precedenti. I semafori non contano nulla, per attraversare bisogna seguire la gente del posto, e usarla come scudo umano: si buttano letteralmente in mezzo al traffico sollevando le braccia per intimare agli automobilisti di fermarsi; e poi sperano che effettivamente questi si fermino. Caos, smog, motorini ovunque.
Finimmo nella zona del bazar: quello di Teheran è il più grande al mondo. Informandosi sui libri, sembra che oggigiorno in Iran le donne portino quasi tutte stoffe colorate, sgargianti, e che il velo sia sempre meno rigoroso, nella sua arte di coprire il capo; tant’è, eppure io notai un sacco di chador, neri come la pece, colati sulla stragrande maggioranza delle donne. La miriade di nasi rifatti, quella però c’era davvero, come preannunciato. 
Ma il Palazzo Golestan (l’edificio più celebre della città) dove diavolo era? Chiedemmo a una ventina di persone, poliziotti inclusi, ma nessuno sapeva indicarcelo; eppure, si trovava a un paio d’isolati. Sembravano tutti impegnati a contemplare il delirio, in una sorta di estasi composta, inedita ai miei occhi.
Di nuovo sulla metro, diretti finalmente là, all’ex-ambasciata degli Stati Uniti, assaltata durante la rivoluzione del 1979, la crisi degli ostaggi, Argo, due mondi contrapposti. Risalimmo la scala mobile e d’improvviso ci si parò innanzi il murales celebre, la scritta gialloblù Down with Usa. Un goccio più in là c’è la Statua della Libertà fatta a mo’ di scheletro, e ancora altri disegni con messaggi fin troppo chiari; il muro è invalicabile, domandammo di entrare ma ci risero in faccia: pare che oggi sia sede di un qualche corpo militare. Scattare le foto velocemente, con un po’ di timore e un po’ di sano brivido, poiché è dichiaratamente proibito, e levar le tende ciondolando.

ffffff

Ridiscendemmo sottoterra perché la metro ci riportasse all’hotel, era quasi sera e un autobus ci attendeva, vicino alla piazza Azadi. Passò un treno, poi due, poi tre, niente, tutti stracolmi, impossibile salire, tocca rinunciare; a noi come a due tizi iraniani che ci avvicinarono incuriositi e incominciarono a chiacchierare: uno ci disse essere un giornalista, l’altro un religioso: parlavano a cascata, ci chiesero il nostro parere sul loro paese e sulla tragedia appena avvenuta a La Mecca, dove centinaia di iraniani (tra gli altri) avevano perso la vita schiacciati dalla folla. “It is like our September eleventh”, fece il giornalista. Insomma decidemmo di incamminarci insieme a loro, tanto star lì ad aspettare era inutile. Fuori il cielo era scuro, l’enorme città aveva messo l’abito da sera.
Parole, un fiume di parole, tra la gente, tra le luci, superando banchi di frutta e sale da tè. Infine ci congedammo, scambiandoci i numeri. I due simpatici amici si allontanarono.
Rientrati in hotel chiesi di poter chiamare la receptionist con la quale avevo comunicato tramite email, sempre gentile e disponibile, per sincerarmi degli orari degli autobus.
Hi, can you please tell me the bus schedule to Sanandaj?” le chiesi.
Sanandaj?? Why you are going to Kurdistan?! Nobody goes there!” mi rispose, sinceramente stupita.
Sorrisi, una mezzora ed eravamo di nuovo in sella a un taxi, in mezzo all’esaltazione sfrenata di motocicli, apecar, automobili, pedoni, monossido di carbonio fin dentro a polmoni e cervello. E musica a palla dall’autoradio, naturalmente. Tutto intorno a noi sapeva d’Iran; ma non più di quello visto attraverso i film di Kiarostami, Panahi e Ghobadi, né di quello immaginato seguendo le linee gentili del fumetto di Persepolis e le travolgenti offensive di sasanidi e achemenidi su mappe interattive e pagine consunte.
Millenni di storia. Di architettura. Di scienza. Di pensiero.
Why you are going to Kurdistan?!”
Un’avventura magnifica, irripetibile era appena iniziata. E ancora oggi recrimino sul fatto di averla già vissuta, perché significa che non potrà accadermi più. La prima volta, in fondo, è l’unica che conta.

Tehran. Such an Iran.

The ramshackle Little miss sunshine’s family was keeping company with us, through our laptop’s monitor, on the Alitalia airplane that was entering the Persian territory, in the middle of the night, as the immense Tehran commenced to grant us glimpse some faint lights beyond the window.
Goodness knows for how many years I have been imagining that moment – the moment when Godot would finally come.
A woman, as soon as the plane had landed and the light signal had communicated to unfasten the seat belts, arranged a scarf on her own head.
The nightmare of a long queue at the immigration checkpoints did not turn into reality: a fast gaze to the passport goodbye and thank you.
We changed the money, and I had the feeling that I was given a lesser amount than the owed. So I got back to the exchange bureau and the woman, with a fed up look on her face, waved me to check it again: and she was right indeed. As Italian, I always think that people want to cheat on me.
As expected, the Rial-Toman mess made me a little crazy, that is why I turned out to bargain with some taxi drivers for, I guess, a lower price. At random, equipped by a pen and a slip of paper, I started off with having a stab in the dark, by yelling sums in I don’t know what language, whiskered taxi drivers’ laughters all around.
A never experienced before exhaust emissions stink overwhelmed us as early as we got in the taxi, and we were still unaware that it would have accompanied us along our whole trip, on any means of transport, indiscriminately, for three weeks.
But Jesus, we were on Persian soil. I had the strange feeling which happens to me uniquely during the very first minutes I find myself in another nation, a mash-up between idiocy and a maniacal attention, along with wide open eyes to lead and silence my own whole body.
We moved forward in the dark, articulating haphazard sentences towards the driver, a haranguer of which I only remember the shirt, sky-blue, rolled-sleeves. And I clearly remember the unexpectedly insane emotion felt as we saw appearing in the darkness the enlightened cupolas of the Khomeini’s mausoleum. “A thousand and one nights”, I thought, “that’s the first blow”.
I would pay to relive a thrill like that; in fact, I live for thrills of this sort.
Then Tehran, at night, a few people on the street, motorbikes with four/five people aboard, thousands of streets all equal, thousands of Supreme Leader’s images.
We felt we were in Asia.

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Until we finally reached our destination, the hotel I was forced to book in advance to obtain the visa: the door was shut, we knocked on it and rang the bell, nobody came into view, the taxi driver had already slipped away. I don’t know how much time we’ve been standing, perhaps half an hour, or one hour, several attempts to reach some receptionist by phone, vainly, of course; the street appeared desolate and malevolent, and some laughters, at some point, cannot but creep over, hesitant but essential.
At last, a guy showed up taking the stairs down, opened the door and welcomed us in.
To sleep turned out to be a complicated operation; however, as we awoke there was breakfast awaiting for us. No coffee, though, and I had the impression that from then on I would have hardly seen it, anywhere superseded by tea. “Mester”, giggling the waitresses named me.
Ciarlei wore the hijab and we got out into the street. Asia, we were in Asia, undoubtlessly. We felt as everyone was staring at us, the scorching temperature was unbearable, horns, bawling and asphalt perforated by jackhammers set the seal on the scene.
And there we were on the subway, into the embarrassment of trying to understand where the women should take a seat, as we searched for supportive faces who might have dispelled all doubts whether we as a couple could stay on the same wagon or not: we found out that there are two different compartments, one for females only and one mixed.
The underground of Tehran is a particular location, where boys walk back and forth selling anything and everything, socks, mp3 players, batteries, candies; we turned down their offers one by one, pleading as a perfect excuse that Ciarlei had just bought a flowery manteau in order to be overshadowed amongst the crowd, and thus we were broke.
Off to the Iran-Iraq war fallen soldiers’ cemetery, we ended up talking to an Azeri little old woman who asked us to share the taxi ride, “so that we save some money”. “You bet!” I said. The driver, Azeri too, recalled as he was a soldier, the Russian were the good for they helped them, the Yankee instead supported the others, the Iraqi.

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Emam Khomeini square – a total mess. Traffic lights do not count at all, to cross the road you need to follow the locals and to use them as human shields: they literally throw themselves headlong into the traffic raising arms to order the drivers to stop; after which they hope they’ll do it.
Chaos, smog, motorbikes everywhere.
We finished up in the bazar area: this is the biggest in the world.
Well, if one reads books, it seems that nowadays the Iranian women wear coloured clothes, snazzy in fact, and that the hijab, its art of veiling heads, is less and less a rigid rule; yet I noted a lot of chadors, black as tar, laid down on the overwhelming majority of women. The myriad of nose jobs, though, this exists indeed. A boundless army of small refined noses.
However, where the hell is the Golestan palace (the most famous building of the city)? We’ve been asking to around twenty people, cops included, and noone was able to help us out. We found it a couple of blocks away, eventually. Everybody looked engaged in admiring the muddle all around, into a sort of calm rapture, quite unusual to me.
In the subway again, finally heading there, to the United States ex-embassy, which was assaulted during the 1979 revolution, the hostage crisis, Argo, two counterposed worlds. We ascended the escalator and suddenly the well-known murales unhid: the yellowish-blue writing “Down with Usa”. A step further there’s a skeletal Lady Liberty, and many other drawings spreading all too clear messages; the wall is impassable, we asked to let us in but we were laughed outright. Today the building is the headquarter of a governmental office. We took pictures fast, because it is clearly stated that it is forbidden, a little of sound fear and thrill, and not too much fast, as we were imprisoned in the desire of staying and exploring more, we packed off, just swaying.

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Then we went underground once more, so that the train would take us to the hotel, the evening was about to come and a bus was awaiting for us, near Azadi square. A train passed through, then another, then another, nothing, all full to the brim, impossible to get on, we had to give up; likewise, two Iranian guys who moved close to us, sort of curious, and began to talk: one said to be a journalist, the other a religious person; they were talking at full pelt, and in the middle of a matter they came out with asking what we thought about the tragedy just happened to Mecca, where hundreds of Iranian (among others) had died trampled by a huge crowd. “It’s like our September eleventh”, the journalist said. So we decided to set out along with them, given the hopelessness to wait a train on which to get.
Outside the sky was dark, the enormous city put on its fancy dress. Words, a flood of words, amidst people, lights, walked on greengrocers and tea rooms.
Eventually we bid farewell, did exchange our telephone numbers and the two nice Iranian walked away.
As we returned to the hotel I asked to make a call to the receptionist to whom I had talked via email, who was very helpful and kind, just to make sure about the bus schedules.
“Hi, can you please tell me the bus schedule to Sanandaj?” I asked her on the phone.
“Sanandaj?! Why you are going to Kurdistan?! Nobody goes there!” she replied, sincerely surprised.
I smiled, half an hour and we were on a taxi again, in the middle of the wild fervor of motorcycles, ropey carts, cars, pedestrians, carbon monoxide deeply into our lungs and brains. And sure, full volume music from the car radio. All around smelled like Iran, but no longer the Iran seen through the movies shot by Kiarostami, Panahi and Ghobadi, not the one imagined by following the delicate lines drawn in the Persepolis cartoon nor the one visualized through the Sassanid and Achaemenids overwhelming onslaughts on interactive maps or shabby pages.
Millenniums of history. Of architecture. Of science. Of ideas.
“Why you are going to Kurdistan?!”
A magnificent adventure, or rather unspeakable, had just begun. I still, to this day, regret having lived it already, for this means it can’t happen to me anymore. Because yes, the first time is the only one that counts for something.