A Mostar eravamo arrivati di mattina, dopo una notte a dir poco rocambolesca, che ci aveva visti protagonisti nell’ordine di:
-
Recupero cani randagi a Jajce, tra zecche grosse come ossobuchi levate con le dita dalla testa di un cucciolo;
-
Abbandono improvviso dell’ostello di Jajce e viaggio in macchina fino a Sarajevo (2 ore e mezza);
-
Ricerca di Milena, una donna che si prende cura dei randagi della Bosnia-Erzegovina, in un quartiere periferico di Sarajevo, alle quattro di notte, tra palazzoni e vicoli sinistri;
-
Consegna dei cuccioli a Milena, che mentre ci racconta le cose orribili che accadono in questo paese, scoppia a piangere;
-
Ricerca dell’hotel prenotato, introvabile, situato sulla cima di una salita ripida come un ascensore;
-
Risveglio l’indomani mattina con fiocchi di neve giganti che ammantano la città;
-
Non ho contanti, come sempre, e come sempre non accettano altri metodi di pagamento; quindi devo andare a prelevare: la Skoda Fabia noleggiata inizia a slittare sulla neve e per poco non cilindro un muro; smadonno, come sempre, e ci metto un’ora a trovare un bancomat funzionante;
-
Partenza per Mostar.

La strada che conduce da Sarajevo a Mostar è spettacolare, e quella mattina, forse, lo era ancora di più, in virtù del fatto che ponti imbiancati da coltri di neve camminavano su fiumi verde smeraldo, ai piedi di montagne dai contorni morbidi; attraverso gallerie e paesini dormienti, tra colori pastello e minareti stagliati a mo’ di vedette imperiture.

Costeggiavamo la Neretva, lo splendido fiume turchese che nasce sulle Alpi Dinariche e scorre gelido fino alla Dalmazia meridionale, sulle sponde del quale i partigiani di Tito cacciarono le baldanzose armate dell’Asse. Felice come un bambino, mi fermavo ogni volta che potevo, per annusare l’atmosfera e immortalare l’immagine, talmente entusiasta che dovessi rifare quel tragitto lo farei a piedi, per godermelo appieno.

Mostar era coperta da un grigio totale, ma anche così manteneva il suo fascino incrollabile. Fondata dagli ottomani nel XV secolo, era salita alla ribalta internazionale durante il conflitto jugoslavo dei primi anni ’90, quando le truppe croate, in lotta coi bosniaci per il controllo della città, avevano fatto saltare il ponte in pietra della città vecchia. In seguito il ponte fu fedelmente ricostruito e oggi con la sua schiena d’asino collega le due sponde, dando luogo, in estate, a una incredibile gara di tuffi.

Camminammo a lungo e a un certo punto intravidi una croce in cima a una collina. Iniziai a chiedere in giro cosa fosse: alcuni ignoravano la mia domanda, altri rispondevano scocciati come a voler dire “niente di importante”; finché trovammo un tizio che ci spiegò. Si trattava di un monumento simbolico, una grande croce eretta dai croati, come sfida, anni dopo la fine delle ostilità con i bosniaci. Una sorta di monito, ci disse. Da lassù le milizie croate sparavano colpi di mortaio su Mostar, che qua sotto, attraversata dalle verdi acque della Neretva, si dimenava.

Poi si offrì di portarci lassù, in macchina; da soli è pericoloso, disse, e a piedi ci mettete un sacco di tempo. Un paio di minuti e ci risolvemmo ad andare.
Salimmo su una macchina scassata in compagnia del tizio e di un suo amico, entrambi sdentati e simpatici; ci arrampicavamo a rilento sul monte Hum, tra tornanti ripidi e sterrato inclemente; la macchina prendeva ceffoni dal vento e il motore rantolava. L’erbaccia intorno alla strada era punteggiata di segnalazioni gialle e rosse, che indicavano la presenza di mine antiuomo ancora inesplose.
Il tizio alla guida disse che qualcuno, poco distante, ci osservava mentre salivamo: quel monte era sotto stretta sorveglianza.
Vedete questo buco in testa?, fece, indicandoci una ferita suturata dove capelli non ne crescevano più, e quest’altro sulla spalla?, me li hanno fatti i croati.
Una volta, me lo ricordo benissimo, continuò, Izetbegovic ci disse di correre, di salire sul monte e di ammazzare i croati che non smettevano di bombardarci. Ma dopo che effettivamente li avevamo uccisi tutti, ci richiamarono dal quartier generale e ci dissero che la missione era annullata, perché avevano firmato gli accordi di pace.
Seguitava a maledire i suoi superiori, e la guerra, e tutto ciò che ancora oggi si trascina con sé.
Arrivammo in cima, ai piedi della croce, e prima di farci scendere dall’auto per osservare quel panorama strano, un monte iniettato di folate lugubri di vento assordante, e macchiettato di avvertimenti gialli e rossi, a memento di un passato vicino, soggiunse:
Questa è la Bosnia-Erzegovina, ragazzi. Qua sono tutti matti.




