Sopra l’erba, il cielo altissimo

Scendeva la sera sulla Piazza Rossa di Mosca. Krasnaya Ploshchad’, la Piazza Bella. Aspettavamo sdraiati, come fossimo in mezzo ai monti con un sacco a pelo e nient’altro, San Basilio illuminata. Lenin riposava a qualche metro da noi senza più sogni. Non credo di avere mai camminato tanto come quel giorno, eppure volevo rialzarmi e continuare: c’era il Cremlino riflesso sulla scura Moscova in attesa di un nostro sguardo. E ogni passo era un’esplosione di gioia, e ogni angolo svoltato una meraviglia. E i nostri eroi ci stavano finalmente accanto, dopo averci accompagnato a lungo, da sempre, da molto lontano.

dscn6977

La mattina dopo partimmo per Jasnaja Poljana.

Quante volte avevo sentito quel nome.

Stavolta però facevo sul serio, volevo vedere se esisteva davvero, quel posto di cui avevo letto tanto, che si diceva essere incorniciato da alberi giganti almeno quanto colui che li aveva costeggiati giornalmente con la sua andatura lenta, quel posto vestito da un cielo altissimo come quello contemplato dal principe Andrej caduto ad Austerlitz.

img_2668

Io e Ciarlei eravamo andati a convivere da poco, in Italia, grazie a un lavoro part-time che ci regalava l’illusione di un briciolo di indipendenza.

Che belli i primi giorni. Pareva che fuori dalla nostra tana regnasse un caos sordo, che avremmo potuto gridare aiuto per giorni senza che là fuori nessuno ci avrebbe udito, perché le finestre di casa erano muri eccezionali che non si desiderava scavalcare; ciò cui aspiravamo era una solitudine binaria, ricercata e perciò preziosa, un al di qua in cui perfino Pink, la rockstar di Waters, sarebbe impazzito felicemente, senza rancore verso la mamma né verso la scuola.

img_2507

Le nostre, di mamme, ci avevano salutato senza tenerci avvinghiati forzosamente al loro, al nostro vecchio appartamento; e la scuola ci aveva insegnato a leggere i grandi libri, perché un classico anche se non lo si capisce a fondo, o se annoia, resta, e insegna a sua volta, durante la vita di chi ne ha fruito, a modo tutto suo, a volte discretamente, influenzando il grado critico che ci si fa di certe situazioni o di certi atteggiamenti, altre più stentoreo, ponendo innanzi a noi suoi remoti lettori personaggi enormi, che malinconici ci esortano a farli rivivere, ché tanto hanno ancora da raccontare, tanta passione da insufflare negli animi di chi li incontra, che dimenticarli sarebbe come rinnegare il proprio diritto all’emozione. Che qualcuno chiama anzi dovere.

dscn6805

Da Mosca prendemmo un autobus diretto a Tula; fu complicato farsi capire, ma alla fine dietro qualche risolino un po’ così accettarono i nostri biglietti e ci fecero salire. Sorridemmo insieme ad altri passeggeri, anche se non capii mai per quale motivo. L’autobus partì, Ciarlei disse “Tula” ad alta voce e un viso o due annuirono, e la strada subito si allargò e si fece vuoto intorno, correvamo verso Tolstoj.

Durante il tragitto pensieri fantastici fioccavano su noi due, che nel mondo reale eravamo stati investiti da una locomotiva di pazzia maestra, e ora lì, in quel bus surreale, la locomotiva era diventata portaerei; quel momento di sole, mentre ci allontanavamo dalla terza Roma che con la sua aquila bicefala ci aveva dato modo di accertarci che la piscina di Stalin davvero non esisteva più, e di volare sull’Arbat senza scopa ma su di un azzimato tappeto matrimoniale, e di vedere le spaziali opere d’arte sotterranee figlie del sogno di Kaganovič: quel momento era come fossimo sul divano di casa nostra, un buco di trenta metri quadri ricamato di neve fradicia, il nostro sottosuolo, là dove potevamo coccolare i nostri sentimenti sinceri senza paura di essere additati, un posto dal quale riemergere avrebbe significato per la nostra memoria essere accecata dalle convenzioni che come cani da caccia ci braccavano annusando con gran piacere l’odore della preda.

27830_418372710843_1858472_n

Tula non era poi così distante, ci arrivammo in poco tempo. Non avevamo soldi, come al solito, e così ci mettemmo alla ricerca di uno sportello bancomat. Vari tentativi ci condussero all’interno di un’università, dove alcuni studenti ci spiegarono come far funzionare uno sportello per il prelievo. L’odore di università è uguale in tutte le parti del mondo.

Guardai Ciarlei, era radiosa, in Russia voleva venirci da quando era bambina, perché la Russia la attirava in modo misterioso; l’animo russo non si può spiegare, d’altronde, ma si vede e si sente, in certi luoghi che paiono usciti dalla pagina di un Conrad redento, luoghi che hanno smesso il selvaggio per mantenere una certa sacralità, e intorno ai quali non aleggia che il rispetto, e non danza che il vento. Posti come la Chiesa dell’Intercessione sul Nerl’, sola in mezzo all’erba, carezzata da poche piante e da un laghetto. Ci si arriva percorrendo un sentierino disegnato dentro un prato, con il blu delle cipolle di Bogoljubovo appena alle spalle.

img_0015

Prelevammo alcuni rubli e tornammo sulla strada principale, dove avremmo dovuto prendere il pullman per Jasnaja Poljana. Col mio cappellino storto e il mio zainetto semivuoto. Leggemmo gli orari sulla banchina. Il cirillico Ciarlei lo capiva, e la lingua russa la masticava, aveva da poco iniziata a studiarla all’università. Mi piaceva da matti farmi insegnare quell’alfabeto nuovo e provare a decifrare le parole sulle insegne dei negozi e sui cartelloni pubblicitari.

Qualche minuto e un pulmino ci caricò.

Potevamo dirci vicini, poiché una signora anzianotta dai tratti gentili e dalla robusta cadenza russa ci disse che ci avrebbe indicato lei dove scendere; ce lo disse in quell’inglese che si comprende al volo perché, se anche non supportato da un buon lessico, rapisce per lo sforzo profuso dall’interlocutore. Lo si nota dagli occhi: se c’è la volontà di comunicare, si ingrossano e corrono all’impazzata.

La vecchietta ripeté varie volte il nome di Tolstoj, per sincerarsi che volessimo visitare il suo tempio: ogni volta che lo pronunciava facevamo sì con la testa al ritmo incandescente delle truppe napoleoniche messe in fuga dall’incendio di Mosca. Ordine del conte Rostopchin, dicono gli storici; Mosca bruciò perché così doveva andare, dice Tolstoj: una città di legno invasa dalla negligenza di truppe nemiche va a fuoco.

dscn6687

Ed eravamo sul viale alberato, cioè una stradina fiancheggiata da una serie infinita di betulle, una striscia di cui non si indovina il termine, in cui infilarsi significa immergervisi.

Camminammo attraverso prati, superammo diverse costruzioni e poi laggiù in fondo ci accorgemmo che doveva essere lei, la residenza del conte apostata, con la sua camicia bianca e la sua barba azzurra, laggiù era stata istituita una scuola la cui retta era pari a zero, destinata ai figli di contadini poveri e senza alcun mezzo culturale, contro ogni convenzione, al di là di ogni ordine prestabilito, sotto colonne di meli piantati da Lev in persona. Laggiù amava rifocillarsi e rilassarsi la penna superba dell’uomo capace di disconoscere il valore assoluto di Guerra e pace e Anna Karenina.

Non ci restava che visitare Jasnaja Poljana ascoltando ciò che i libri in passato ci avevano detto e ciò che i nostri cuori avevano ora da sussurrarci.

Arrivammo al cancello d’ingresso per mano, innamorati, entusiasti, con il pieno di fotografie già scattate durante il tragitto che avrei, da allora, sempre ricordato così bene.

Tornati in Italia bisognava tornare a lavorare e a scrivere reclami per bollette della luce ingiustamente troppo salate; ma avremmo anche avuto il dovere morale di tappezzare le nostre pareti di immagini e di riempire le nostre giornate di parole scritte su carta da ingegni che quelle parole le avevano ponderate, perché questo significa imbattersi in un grande libro: incontrare la fatica di un altro.

La casa di Tolstoj è chiusa per pulizie l’ultimo Martedì di ogni mese.

Ed era proprio l’ultimo martedì di luglio. All’inizio restai incredulo, chiesi conferma a Ciarlei che a testa bassa annuì.

Arrivato dall’Italia apposta per fare visita a Lev Tolstoj – per fare visita a madre Russia, per la verità – eccomi là, di sasso. Dapprima fu smarrimento, poi uno sconforto abbozzato, dopodiché subentrò la rabbia, imprecazioni a denti e pugni stretti; e infine tornò lo sconforto, stavolta più profondo e letale. Dio, che amarezza. Quanto ero stato leggero a non informarmi.

Entrammo comunque, naturalmente. Si poteva fare il giro di tutta la tenuta e vedere la casa, quantomeno, da fuori.

img_2685

Un bel laghetto ci accolse, sulla nostra sinistra, dentro cui sbattevano le nubi di un cielo mesto, ma alto – così doveva essere il cielo, a Jasnaja Poljana: alto.

Ciarlei mi abbracciò più volte, dicendomi che nonostante tutto era un momento unico, dovevamo godercelo appieno. Aveva ragione.

Proseguimmo, vedemmo la casa dello scrittore più altri piccoli edifici, che nemmeno ricordo cosa fossero. Passammo tra alberi da frutta, in mezzo a panche, sedie, fiori.

Sinché notai un’indicazione: Tomba di Lev Tolstoj.

Scorato com’ero, mi era passata di mente la sua tomba. Voglio dire, non è che sapessi con certezza che lui fosse sepolto lì, ma lo potevo immaginare. In ogni modo, leggere quelle parole piantate a terra con tanto di freccia direzionale mi riempì di gioia.

Tenendoci per mano e scambiandoci sguardi colmi di un’aspettativa (che non si sa mai se sia bene o male riposta) simile a quella formatasi nel principe Andrej alla vista del sottile braccio nudo di Nataša durante il grande ballo di corte, prendemmo il sentierino che entrava nel fitto di un boschetto.

Raggi di luce a sprazzi cadevano fra le fronde, era un percorso verde, umido, mansueto. Non c’eravamo che noi. E io che mi immaginavo chissà quale folla. Forse le persone verificavano gli orari della tenuta prima di attraversare migliaia di chilometri.

A un certo punto Ciarlei notò un’escrescenza affiorare dall’erba. Come un brandello di suolo rialzato, ricoperto di ciuffi verdi uguali a quelli tutt’intorno. A forma di rettangolo, suppergiù. A forma di bara. Davvero era lì, che riposava il grande maestro? 

img_2706

Nessuna opera muraria, nessuna iscrizione funebre, nessuna lapide. Soltanto erba. In quel preciso istante, il fatto di non essermi informato a tal riguardo in precedenza mi sembrò una cosa bellissima. Ero contento che fosse stata una sorpresa. Contento di aver fatto quel percorso con l’eccitazione a mille in cerca dello scrittore che aveva radicalmente cambiato la mia visione del mondo e della storia.

Restammo lì seduti per un po’, scattammo un paio di fotografie con una macchina assai scadente, baciai l’erba, infine ce ne andammo.

E mi piace scommettere che quell’ultimo martedì di luglio la casa di Tolstoj fu tirata veramente a lucido.