La famiglia sgangherata di Little miss sunshine ci teneva compagnia, attraverso il monitor del computer portatile, sull’aereo Alitalia che entrava in territorio persiano, in piena notte, con le luci fioche dell’immensa Teheran che cominciavano a scorgersi di là dal finestrino.
Da chissà quanti anni mi figuravo ossessivamente quel momento – il momento in cui l’aspettativa, incalzante, avrebbe finalmente smesso i panni dell’eterna incompiuta.
Sull’aereo era pieno di gruppi organizzati: una signora, non appena il segnale luminoso concesse di slacciare le cinture di sicurezza, si legò un foulard sulla testa.
L’incubo di una lunga coda ai controlli per i visti fu scongiurato: uno sguardo al passaporto ciao e grazie.
Cambiammo i soldi, ma mi sembrò di aver ricevuto una somma di rial inferiore al dovuto, così tornai indietro e chiesi spiegazioni al desk; la tizia con aria scocciata mi fece segno di ricontare bene: e in effetti aveva ragione. Essendo italiano penso sempre vogliano fottermi.
La confusione tra rial e toman, come previsto, mi assediò incauta, e così mi toccò contrattare il prezzo del taxi sparando numeri a caso, armato di penna e foglietto, tra l’ilarità dei baffutissimi tassisti tutt’intorno.
La puzza di gas di scarico dell’automobile ci invase appena saliti a bordo, ed eravamo ancora ignari che ci avrebbe accompagnato indistintamente lungo ogni tratta, su qualsiasi vettura, per tre settimane.
Però cazzo, eravamo sul suolo persiano. Provai quella sensazione strana, che mi capita unicamente nei primi minuti in cui mi ritrovo in un’altra nazione, a metà tra la demenza e un’attenzione tentacolare, con gli occhi sbarrati a guidare e silenziare il corpo intero.
Avanzammo nel buio, articolando frasi scomposte all’indirizzo del tassista, un arringatore di cui ricordo soltanto la camicia, azzurra e con le maniche arrotolate. E ricordo l’emozione inaspettata e pazzesca di quando vedemmo spuntare nell’oscurità le cupole illuminate del mausoleo di Khomeini. “Le mille e una notte,” pensai, “ecco il primo colpo”.
Pagherei per rivivere un sussulto come quello. E anzi, io vivo per sussulti del genere.
Poi Teheran, di notte, per strada poca gente, motorini con quattro/cinque persone in sella, mille vie tutte uguali, mille immagini della Guida Suprema.
Sentimmo di essere in Asia.

Finché non arrivammo a destinazione, il nostro hotel: la porta era chiusa, provammo a bussare e a suonare il campanello, nessuno comparve, il tassista già era volato via. Non so quanto passò, forse mezzora, forse un’ora, provai a telefonare, invano, naturalmente; la via ci si presentava deserta e sinistra, e alcune risate non poterono far altro che sopraggiungere, timide ma essenziali. Infine spuntò un ragazzo dalla rampa delle scale, ci aprì e ci diede il benvenuto.
Dormire risultò un’operazione complessa, e al risveglio c’era la colazione ad attenderci. Il caffè non c’era, ed ebbi l’impressione che l’avrei visto raramente, soppiantato in ogniddove dal tè. “Mester”, mi chiamavano ghignando le cameriere dell’hotel.
Ciarlei indossò il velo e uscimmo in strada. Asia, eravamo in Asia, senza dubbio. Sembrava ci guardassero tutti, il caldo era insopportabile; clacson, schiamazzi e asfalto trivellato suggellavano il quadro.
Eccoci sulla metro, nell’imbarazzo di capire dove dovessero sedersi le donne, cercando sguardi solidali di qualcuno che potesse levarci il dubbio se potessimo stare nello stesso vagone oppure no: scoprimmo che sì, ci sono gli scompartimenti per sole donne e quelli misti. La metro di Teheran è un luogo particolare, dove ragazzini camminano avanti e indietro vendendo di tutto, dai calzini ai lettori mp3: ne respingemmo uno dopo l’altro adducendo la scusa perfetta che Ciarlei si era appena comprata un manteau a fiori per passare (quasi) inosservata tra la folla, e che quindi eravamo rimasti senza soldi.
Diretti al cimitero dei caduti della guerra Iran-Iraq, ci scoprimmo a comunicare con una vecchietta azera che ci chiese di smezzare il viaggio in taxi, “così si risparmia”. “Come no!”, dico io. Il tassista, pure lui azero, ci parlava di quando fece la guerra, i russi erano buoni e li aiutarono, gli yankee invece aiutavano quegli altri, gli iracheni.

La piazza Emam Khomeini – un bordello senza precedenti. I semafori non contano nulla, per attraversare bisogna seguire la gente del posto, e usarla come scudo umano: si buttano letteralmente in mezzo al traffico sollevando le braccia per intimare agli automobilisti di fermarsi; e poi sperano che effettivamente questi si fermino. Caos, smog, motorini ovunque.
Finimmo nella zona del bazar: quello di Teheran è il più grande al mondo. Informandosi sui libri, sembra che oggigiorno in Iran le donne portino quasi tutte stoffe colorate, sgargianti, e che il velo sia sempre meno rigoroso, nella sua arte di coprire il capo; tant’è, eppure io notai un sacco di chador, neri come la pece, colati sulla stragrande maggioranza delle donne. La miriade di nasi rifatti, quella però c’era davvero, come preannunciato.
Ma il Palazzo Golestan (l’edificio più celebre della città) dove diavolo era? Chiedemmo a una ventina di persone, poliziotti inclusi, ma nessuno sapeva indicarcelo; eppure, si trovava a un paio d’isolati. Sembravano tutti impegnati a contemplare il delirio, in una sorta di estasi composta, inedita ai miei occhi.
Di nuovo sulla metro, diretti finalmente là, all’ex-ambasciata degli Stati Uniti, assaltata durante la rivoluzione del 1979, la crisi degli ostaggi, Argo, due mondi contrapposti. Risalimmo la scala mobile e d’improvviso ci si parò innanzi il murales celebre, la scritta gialloblù Down with Usa. Un goccio più in là c’è la Statua della Libertà fatta a mo’ di scheletro, e ancora altri disegni con messaggi fin troppo chiari; il muro è invalicabile, domandammo di entrare ma ci risero in faccia: pare che oggi sia sede di un qualche corpo militare. Scattare le foto velocemente, con un po’ di timore e un po’ di sano brivido, poiché è dichiaratamente proibito, e levar le tende ciondolando.

Ridiscendemmo sottoterra perché la metro ci riportasse all’hotel, era quasi sera e un autobus ci attendeva, vicino alla piazza Azadi. Passò un treno, poi due, poi tre, niente, tutti stracolmi, impossibile salire, tocca rinunciare; a noi come a due tizi iraniani che ci avvicinarono incuriositi e incominciarono a chiacchierare: uno ci disse essere un giornalista, l’altro un religioso: parlavano a cascata, ci chiesero il nostro parere sul loro paese e sulla tragedia appena avvenuta a La Mecca, dove centinaia di iraniani (tra gli altri) avevano perso la vita schiacciati dalla folla. “It is like our September eleventh”, fece il giornalista. Insomma decidemmo di incamminarci insieme a loro, tanto star lì ad aspettare era inutile. Fuori il cielo era scuro, l’enorme città aveva messo l’abito da sera.
Parole, un fiume di parole, tra la gente, tra le luci, superando banchi di frutta e sale da tè. Infine ci congedammo, scambiandoci i numeri. I due simpatici amici si allontanarono.
Rientrati in hotel chiesi di poter chiamare la receptionist con la quale avevo comunicato tramite email, sempre gentile e disponibile, per sincerarmi degli orari degli autobus.
“Hi, can you please tell me the bus schedule to Sanandaj?” le chiesi.
“Sanandaj?? Why you are going to Kurdistan?! Nobody goes there!” mi rispose, sinceramente stupita.
Sorrisi, una mezzora ed eravamo di nuovo in sella a un taxi, in mezzo all’esaltazione sfrenata di motocicli, apecar, automobili, pedoni, monossido di carbonio fin dentro a polmoni e cervello. E musica a palla dall’autoradio, naturalmente. Tutto intorno a noi sapeva d’Iran; ma non più di quello visto attraverso i film di Kiarostami, Panahi e Ghobadi, né di quello immaginato seguendo le linee gentili del fumetto di Persepolis e le travolgenti offensive di sasanidi e achemenidi su mappe interattive e pagine consunte.
Millenni di storia. Di architettura. Di scienza. Di pensiero.
“Why you are going to Kurdistan?!”
Un’avventura magnifica, irripetibile era appena iniziata. E ancora oggi recrimino sul fatto di averla già vissuta, perché significa che non potrà accadermi più. La prima volta, in fondo, è l’unica che conta.


